Antelitteram della domenica: i cerchi concentrici di bersani
29/08/2010
I CERCHI CONCENTRICI DI BERSANI
Botta e riposta tra Veltroni e Bersani.
Con una “lettera agli italiani” Veltroni ripropone i temi che hanno caratterizzato la sua segreteria del PD, dalla vocazione maggioritaria alla difesa del bipolarismo, e individua in un’alleanza ristretta e coesa lo strumento per battere la destra.
Per quanto Berlusconi si sia definitivamente rivelato un interlocutore inaffidabile di un rilancio del bipolarismo, la proposta di Veltroni ripropone la sua strategia. Ma la sua lettera non suscita entusiasmo, anzi provoca qualche risposta sprezzante da esponenti della maggioranza che sostiene Bersani, alla quale peraltro sembrano ormai avere aderito sia Fassino che Marini e perfino Franceschini; lasciando l’ex segretario del tutto isolato.
Bersani comunque risponde con una più modesta, e corrispondente al suo carattere, lettera al direttore di un giornale, nella quale chiarisce la sua proposta politica.
Come è noto, uno dei punti fondamentali della piattaforma sulla quale Bersani ha conquistato la segreteria del PD è l’abbandono della linea della vocazione maggioritaria e la riproposizione di una classica politica delle alleanze, incentrata essenzialmente sull’accordo con l’UDC o con un’eventuale nuova forza di centro, alla formazione della quale stanno lavorando Casini, Rutelli, Pezzotta e forse Montezemolo.
Il primo assaggio della nuova strategia è avvenuto nelle recenti elezioni regionali, in occasione delle quali l’UDC si è alleata con il PD in alcune regioni. Il risultato è stato però deludente, specie per l’UDC, e l’iniziativa si è subito arenata. Casini ha ripreso la sua classica collocazione di centro, equidistante tra i poli contrapposti, e ha lanciato la proposta, puramente simbolica, di una governo di responsabilità nazionale da Berlusconi al PD. Pur rifiutando l’avance del Cavaliere di sostituire Fini nella maggioranza di governo, si dichiara disponibile a sostenere parti del suo programma.
Bersani si è trovato spiazzato, anche perché tenere insieme IDV e UDC non sarebbe comunque un’impresa facile. Ora le difficoltà della maggioranza e l’aggressività del capo del Governo sui rapporti tra i poteri dello Stato (“formalismi costituzionali” è arrivato a definire le norme sullo scioglimento delle camere) consentono al segretario del PD di chiarire e rilanciare la sua proposta. In modo abbastanza pasticciato, ma non incomprensibile.
Una proposta che disegna tre cerchi concentrici per le future alleanze: il più interno è il PD, “fratello maggiore” degli alleati, una definizione che sottolinea l’abbandono di ogni intenzione di vocazione maggioritaria; il secondo è quello di un “nuovo Ulivo”, del quale dovrebbero fare parte le forze più omogenee, dall’IDV a SEL. Il cerchio più largo è quello dell’Alleanza costituzionale, con le forze di centro, quello che dovrebbe mettere insieme forze anche distanti tra loro, forse lo stesso Fini, con l’obiettivo di salvare la democrazia dall’attacco eversivo di Berlusconi.
I punti poco chiari sono diversi: il primo riguarda la coalizione che dovrebbe presentarsi a nuove elezioni, eventualmente anticipate: il nuovo Ulivo o l’Alleanza costituzionale? Bersani lascia la questione aperta. Come pure qualla della leadership.
Il secondo riguarda l’interrogativo sulle ragioni per le quali le nuove alleanze dovrebbero essere meno conflittuali di quella dell’Unione, a parte il comune obiettivo di fermare Berlusconi e impedirgli di conquistare anche la presidenza della Repubblica nel 2013.
Il terzo riguarda il destino del bipolarismo: Bersani lo conferma, ma sembra più che altro un modo per evitare da subito contrasti nel PD e con l’IDV.
A fronte della destra che ripropone il semplice schema: alleanza PDL-Lega, leadership di Berlusconi e conferma del Porcellum, la proposta di Bersani sembra così articolata da essere invendibile.
Ma intanto serve a offrire un terreno comune per l’opposizione sui temi della difesa della Costituzione e dare una sponda a Fini senza comprometterlo.
Casini apprezza, Fini tace. E tanto basta.
15/08/2010
LA COSTITUZIONE MATERIALE
A parte le contumelie di qualche zelante che parla di tradimento della Costituzione da parte di Napolitano, nel dibattito estivo si confrontano due visioni della Costituzione molto diverse. Da un lato quella di Berlusconi e dei suoi: per loro le norma elettorali vigenti, con il premio di maggioranza, il voto ad una coalizione e su una scheda in cui compare il nome del candidato alla presidenza del Consiglio, hanno di fatto modificato la Costituzione, se non quella formale, quella materiale. Di conseguenza, non è possibile che il Parlamento voti un’altra maggioranza e un altro capo del Governo; in caso di crisi si deve tornare alle urne.
Dall’altra parte, la visione consolidata dalla giurisprudenza e dalla prassi: la lettera della Costituzione non è cambiata, il nostro rimane un sistema parlamentare, nel caso di crisi il Presidente della Repubblica, come ha fatto nel 2008 e come hanno fatto tutti i presidenti prima di lui, deve innanzitutto chiedere un voto formale al Parlamento, cioè parlamentarizzare la crisi, e poi verificare se esistano soluzioni alla governabilità; con la stessa maggioranza se possibile ovvero anche con una maggioranza diversa, e solo nel caso che nessuna soluzione sia possible, sciogliere le camere.
E’ chiaro che ci sono aspetti politici del problema: Berlusconi è terrorizzato che una nuova maggioranza possa formarsi o forse anche che possa prospettarsi un governo con la stessa maggioranza ma con un diverso capo (Tremonti?) e fa o fa fare pressioni fino al limite dell’intimidazione (il ricorso alla piazza) verso il Presidente della Repubblica. Il centrosinistra non si sente pronto alle elezioni e vuole guadagnare almeno il tempo necessario per cambiare la lagge elettorale.
A parte gli aspetti strettamente politici, rimangono quelli costituzionali: la maggior parte dei giuristi si attesta sull’interpretazione formale della carta, ma non manca chi sposa la visione di Berlusconi. E’ fuori di dubbio che se la legge elettorale non ha cambiato la Costituzione, per converso se Napoltano accedesse all’interpretazione della maggioranza, egli sì cambiarebbe la Costituzione. Questo non vuole dire che non possa sciogliere le camere senza passare per alcuna sperimentazione di soluzioni alternative, ma potrebbe farlo solo perchè secondo la sua prudente valutazione, a cui si affida la carta, queste soluzioni non esistono, non certo accedendo alla teoria che un nuovo governo sia impossibile. Ancora meno fondata è la tesi che siccome il nome di Berlusconi compare sulla scheda nessun altro presidente del Consiglio può formare il Governo. Se così si ragionasse ci troveremmo di fatto in un sistema diverso da quello chiaramente definito dalla Costituzione e cioè in un sistema con elezione diretta del Capo del Governo; al quale inoltre, si può tranquillamente dire, sarebbe contraria la maggior parte del Parlamento.
La riprova di ciò sta nel fatto che, se così si ragionasse, di fatto anche il potere di sciogliere le camere passerebbe al Capo del Governo, al quale basterebbe dimettersi o provocare, con l’assenso di una parte della sua maggioranza, una crisi per ottenere indirettamente lo scioglimento.
Affermato chiaramente questo punto, occorre però aggiungere che il cambiamento avvenuto con le nuove norme elettorali non può essere del tutto irrilevante. Solo per motivi eccezionali e per un periodo limitato è possibile immaginare una maggioranza radicalmente alternativa all’attuale, scelta dal voto degli elettori.
Altra cosa un eventuale nuovo governo con la stessa maggioranza e un diverso capo del Governo. Altra cosa ancora una maggioranza parzialmente alternativa, idea che lo stesso Cavaliere ha accarezzato, immaginando di sostituire Fini con Casini. A dimostrazione di quanto le sue interpretazioni della Costituzione siano strumentali. Altra cosa ancora, una maggioranza di unità nazionale, quale quella proposta dall’UDC.
Per concludere: la lettera della Costituzione non può soccombere a interpretazioni forzate e strumentali; la nuova realtà della legge elettorale non può essere trascurata; sono molte le questioni che la prudente valutazione di Napolitano e quella, si spera responsabile, delle forze politiche dovrebbe affrontare nel caso di crisi. Nessuna scorciatoia è possibile.
11/07/2010
FEDERALISMO E MANOVRA
Se i tagli alle regioni sono misurati sulle risorse trasferite per funzioni delegate (trasporti, industria, ecc. ) sono molto pesanti. Ma queste sono solo una piccola percentuale delle loro entrate. Se invece i tagli si misurano sulle entrate complessive ammontano a circa il 2,7% dei loro bilanci (Fonte: Ragioneria dello Stato e Corriere della sera). Che sono però in gran parte bloccati sulla spesa sanitaria, che assorbe circa i 2/3 delle somme disponibili, è esclusa dalla manovra e le regioni considerano incomprimibile.
Da queste poche cifre e considerazioni si capisce che di per sè la manovra sulle regioni non sarebbe insopportabile se esse avessero una completa manovrabilità della spesa e una consistente autonomia tributaria. Cioè, in altre parole, se esistesse un sistema di federalismo fiscale ben congegnato: funzioni chiaramente delimitate e assegnate ai diversi livelli, autonomia di spesa e impositiva accompagnata da fondi perequativi per tenere conto dei diversi livelli di ricchezza e quindi di capacità fiscale.
Il problema con Berlusconi, Tremonti e Bossi è prorpio questo: impostano una riforma importante che richiede gradualità e consenso per definire nuovi meccanismi e criteri di assegnazione delle risorse, e poi vi sovrappongono manovre estemporanee e contraddittorie che non tengono conto della situazione di fatto, della differenza tra regioni virtuose e non, e della stessa prospettiva federalistica.
Accompagnadole con giudizi sprezzanti e provocatori al limite della correttezza istituzionale.
Le regioni d’altra parte non possono limitarsi al lamento: in questi anni, le risorse a loro disposizione sono aumentate in modo consistente, gli sprechi e le spese inutili o motivate dalla grandeur o dalla ricerca del consenso ci sono. Il modo maldestro come si muove il Governo fornisce loro l’alibi per non fare un discorso di verità sulla loro spesa e la loro produttività.
23/05/2010
BERSANI CI PROVA

Assemblea nazionale del PD. Bersani fa una relazione tutta incentrata sui problemi del paese, in particolare la crisi economica, e la linea del partito per affrontarli.
E su questo ottiene largo consenso. Basta fare i girotondi intorno a noi stessi, dice. Snobba regole e statuti. D’accordo. Per la verità era stato lui a fare dell’organizzazione del partito uno dei punti principali della sua piattaforma,a ridimensionare l’importanza delle primarie e annunciare che avrebbe modificato la norma che prevede l’identificazione del segretario del partito con il candidato premier. Ora che è segretario non la tocca.
E sulle primarie, dopo gli allarmi lanciati dalla minoranza, si limita a ritocchi. Aveva parlato, ricordate, di radicare il partito, ma su questo non dice nulla e niente è cambiato finora.
Chiama le minoranze alla corresponsabilità. E’ normale, chi comanda chiede unità, chi è in minoranza rivendica il pluralismo.
Anche l’altro punto del suo programma – le alleanza contro la “vocazione maggioritaria” di Veltroni – è in ombra. Se ne capisce la ragione: proprio in questi giorni, Casini prende le distanze da ogni ipotesi di alleanza organica con il PD, accentua la vocazione centrista, si prepara a dare vita ad un nuovo partito (con Montezemolo, Rutelli, Fini?, si vedrà), prospetta un governo di grande coalizione e non esclude di votare la manovra finanziaria di Berlusconi.
Depotenziati i punti del suo programma, ottiene praticamente l’unità del partito, o, se preferite, l’isolamento di Veltroni.
Rinviate le questioni che hanno diviso in passato, – scelta della leadership, alleanze – annunciato l’ostruzionismo parlamentare sulla legge sulle intercettazioni (molto sgradita a magistrati e media, e perfino al Governo USA), si concentra sui “contenuti”.
Non sarò io a lamentarmene. Di un’azione forte sui problemi posti dalla crisi e sul rilancio di punti vitali del programma, e perfino dell’identità, di una forza progressista – lavoro, lotta alle diseguaglianze e alla corruzione, rilancio dello sviluppo – c’è molto bisogno. E pur non avendo votato Bersani, e non essendomi ricreduto dopo avere sentito la sua relazione e le sue conclusioni nell’assemblea, penso che un congresso c’è stato, un segretario è stato eletto e gli deve essere data la possibilità di misurarsi sul mandato che gli è stato affidato.
Il che non vuole dire che la critica deve essere scambiata con “l’attacco” alla leadership e con il tentativo di logorarla, come in molti casi lamentano suoi sostenitori.
Spazio ai contenuti dunque. Ma i documenti frutto dei lavori dell’assemblea sono molto vaghi – sulle riforme costituzionali, sul lavoro – o confusi quando vogliono essere innovativi – università, giustizia -. La critica alla politica economica di Tremonti più che fondata, la proposta alternativa ancora debole.
Ora si va, dice, al confronto nel partito, nei circoli, nei forum, nella organizzazioni locali. Bene: sarebbe da prenderlo sul serio, se davvero queste sedi di discussione e partecipazione esistessero.
9/05/2010
IL RITORNO DI VELTRONI

A Cortona Veltroni ha preso una lunga standing ovation con un discorso che, a detta di chi c’era, era ispirato come quello del Lingotto che di fatto diede l’avvio all’avventura del PD.
Non un breviario di strategia o di tattica politica, come quelli di D’Alema, né l’illustrazione di un programma, ma tutto incentrato sui valori e gli ideali della sinistra riformista e sul disegno di società alternativo a quello della destra.
Un modo per differenziarsi dai suoi avversari interni e da Bersani senza direttamente polemizzare con loro, ma mostrando la distanza da una visione tutta incentrata sulle alleanze e i rapporti coi partiti.
Un modo anche per tenere unita su una piattaforma “alta” una minoranza congressuale piuttosto confusa e divisa sulle proposte e sul modo di rapportarsi col segretario del partito, respingendo le minacce scissionistiche balenate nel dibattito.
Come potremmo andarcene, ha detto efficacemente Veltroni, se siamo stati noi i protagonisti della fondazione del partito?
E soprattutto un modo per fare intendere che la battaglia contro Berlusconi e la destra si gioca in primo luogo sul piano dei valori e della cultura politica, perché è a questo livello che la destra ha vinto negli ultimi anni, più di quanto mostrino i risultati elettorali e la sua opera di governo.
Il “ritorno” di Veltroni ha suscitato molti interrogativi: intende riproporsi come leader del partito e candidato alla guida del Governo alle prossime elezioni politiche? Francamente penso che non sia il caso: due volte è stato eletto, la prima come segretario dei DS e la seconda come primo segretario del PD, e tutte e due le volte se ne è andato. La prima, nel 2001, sentendo aria di sconfitta elettorale e puntando al posto di Sindaco di Roma, la seconda, nel 2009, un anno dopo le elezioni del 2008, lasciando un partito logorato e senza avere mostrato il coraggio di sfidare in campo aperto coloro che giorno per giorno segavano la sedia dove era seduto.
L’idea di un ritorno di Veltroni non mi convince, ma, questo è il punto, il suo discorso ha mostrato i limiti di chi lo ha seguito, sia alla direzione del partito, sia alla guida della minoranza interna; incapaci di sostenere una strategia politica che abbia il necessario respiro.
Per cui, paradossalmente, è stato la conferma dello stallo in cui si trova il PD e del logoramento di un intero gruppo dirigente.
18/04/2010
IL COMPAGNO FINI

Fini riscuote molte simpatie a sinistra. Non perché sia diventato di sinistra e neanche solo perché è in conflitto con Berlusconi (i nemici dei miei nemici sono miei amici), ma perché rappresenta l’ideale dirimpettaio della sinistra in un sistema politico “normalmente bipolare”. Quel sistema che da molti anni a sinistra si cerca di costruire con periodiche illusioni e disillusioni sul fatto che Berlusconi vi possa collaborare.
Il percorso di Fini lo ha portato infatti gradualmente dalla militanza neofascista ad una visione neogollista, secondo cui la tradizionale aspirazione della destra ad un Stato forte con un capo altrettanto forte si combina con la difesa dei principi costituzionali della separazione e dell’equilibrio dei poteri e del rispetto tra maggioranza e opposizione.
Secondo D’Alema, un possibile alleato in un rassemblement antiberlusconiano, secondo Franceschini, un avversario con cui dialogare per le riforme. Comunque un interlocutore affidabile.
E, tra le righe, un possibile candidato alla presidenza della Repubblica nel 2013, se il centrodestra dovesse vincere le elezioni politiche. Questa sembrava infatti fino a ieri uno scenario possibile. Oggi, meno. Per due motivi: il primo che Berlusconi rendendosi conto che non sarebbe mai eletto a voto segreto al Quirinale, vuole l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, e per di più a turno unico; il secondo che essendo esploso il conflitto tra Berlusconi e Fini, il primo non vorrà mai, nel caso che l’elezione del Presidente rimanesse come ora prerogativa del Parlamento, che Fini possa avere voti determinanti e neanche voce in capitolo.
Ecco perché Berlusconi cerca di mettere Fini con le spalle al muro: O dentro con un ruolo marginale, o fuori. E fuori col rischio di ritrovarsi apolide, tra un centrodestra che lo ripudia e un centrosinistra che non può adottarlo.
Fini ha deciso perciò di aprire il fuoco. La inistra tifa per lui ma francamente non so quante probabilità di successo abbia. Non hanno tutti i torti coloro che sottolineano che Fini ha sbagliato spesso – basti pensare al progetti di federazione con Segni – e che non si capisce perché si accorga solo ora che il PDL è un partito ad immagine di Berlusconi.
Ma, a mio parere, c’è un motivo più di fondo: la destra liberalconservatrice e costituzionale che Fini sogna, in Italia non è mai esistita e sembra oggi particolarmente demodé. Gran parte degli elettori e dei dirigenti di An gli preferiscono Berlusconi, perché li ha tirati fuori da un destino di emarginazione politica, ha messo nel cassetto la Resistenza e attacca senza complessi gli intellettuali di sinistra con la puzza sotto il naso. Inoltre, la destra tradizionale aveva i suoi bacini nel pubblico impiego e nel sottoproletariato, quella nuova aggrega le partite IVA e i lavoratori delle valli e delle piccole imprese lombarde e venete; la prima era nazionalista, la seconda si radica nelle comunità locali.
E’ vero, molti di destra diffidano della Lega, ma è una diffidenza che si accompagna all’attrazione, per la capacità con cui il partito di Bossi agita i temi dell’ordine pubblico e dell’immigrazione e per il piglio popolare e “duro” del suo leader che si contrappone al “fighettismo” di Fini. E il nazionalismo, che l’ex leader di An vorrebbe contrapporre al comunitarismo federalista di Bossi fa poca presa, perfino a destra.
Scrive Carlo Galli nel suo “Perché ancora destra e sinistra” che la radice culturale della destra sta nella convinzione dello stato di natura come uno stato di irriducibile disordine; per cui essa può da un lato perseguire arcigne corazzatura autoritarie contro i suoi nemici, dall’altro accettare l’instabilità perseguendo l’individualismo economico o il decisionismo extralegale o anche l’ illusionismo manipolatorio della fiction. Si vede come queste caratteristiche della destra postmoderna siano ben rappresentate da Berlusconi e da Bossi e facciano apparire un po’ patetico il lealismo costituzionale di Fini.
4/04/2010
IL DITO E LA LUNA
Il PD ha perso la su partita con Berlusconi? La sensazione è quella, ma da che dipende? Se guardiamo ai dati elettorali in prospettiva, vediamo che negli ultimi 16 anni, da quando il Cavaliere è “sceso in campo”, ha governato per otto anni, la metà del periodo. Per il resto del tempo ha governato il centrosinistra. Squilibrato invece, ma a favore del centrosinistra, il rapporto nelle regioni e nei comuni: solo con le elezioni di domenica, che si aggiungevano a quelle meno recenti della Sardegna, dell’Abruzzo e del Friuli, il centrodestra è arrivato a controllare la maggioranza delle regioni.
Infine, a causa del timing delle elezioni presidenziali, il Presidente della Repubblica è stato sempre espresso dall’area politica di centrosinistra. In una prospettiva quindicennale, si direbbe un pareggio in un sistema basato sull’alternanza.
Eppure, la sensazione è che più di una partita nell’eterno pendolo dell’alternanza, il PD e il centrosinistra abbiano perso una lunga e combattuta partita quindicennale.
Il motivo, a mio parere, consiste nel fatto che in questi anni il centrodestra è riuscito a cambiare l’agenda politica del paese, a mettere in discussione capisaldi della cultura politica dell’avversario (dalla Resistenza al meridionalismo), a interpretare meglio di lui i cambiamenti sociali.
Diceva l’altra sera a Otto e mezzo Massimo Cacciari: “la sinistra ragiona ancora per grandi aggregati, le classi con le loro organizzazioni politiche e sindacali, la grande impresa”, la sua filosofia è ancora la concertazione, che ebbe il suo punto culminante nei governi Ciampi e Prodi I, “ma oggi si deve partire dall’individuo, dalle moltitudini, dalle migliaia di nuove professioni”, dalle nuove forme di relazione tra economia e territorio.
Il punto è allora questo: in termini strettamente elettorali, il PD e il centrosinistra non hanno perso nessuna battaglia epocale, ma guardando i dati elettorali insieme a quelli sociali e in una prospettiva di medio termine, hanno fallito, perché non hanno saputo cambiare in parallelo al mutamento sociale e culturale.
Se guardiamo le cose in questo modo, vediamo che Berlusconi ci ha “distratto”. “Ci siamo fatti incantare da lui”, dice sempre Cacciari. Tutti presi dalla sua anomalia di pescecane prestato alla politica, dal suo conflitto di interessi; sempre in attesa che il paese si svegliasse dalla sbornia e lo mandasse a casa ridando il governo a chi se lo merita, cioè noi, ovviamente superiori dal punto di vista intellettuale e culturale – ma Luca Ricolfi ci aveva già ammonito in un libro di 9 anni fa “Perché siamo antipatici” – non abbiamo visto che il paese cambiava e che eravamo sempre meno capaci di interpretarlo, meno ancora di pilotarlo. Occupati a dilaniarci se contro Berlusconi occorreva andare in piazza o trattare, attaccati alla tv di Santoro e Travaglio, non abbiamo studiato più e quando lo abbiamo fatto non abbiamo tradotto quello che imparavamo in organizzazione, iniziativa, formazione.
Mentre il paese si popolava di partite IVA e lavoratori precari il PD diventava sempre più il partito dei dipendenti pubblici, degli ex operai pensionati, della decrescente fetta dei lavoratori sindacalizzati, degli insegnanti, di elite intellettuali con la puzza sotto il naso e soprattutto di un ristretto ceto politico che ha smesso di studiare venti anni fa.
Abbiamo guardato il dito (cioè Berlusconi) anziché la luna, cioè il paese che cambiava. Al punto che se fino a ieri pensavamo che quando, mai troppo presto, Berlusconi uscirà di scena, l’agenda politica e il palcoscenico torneranno in mano nostra, ora è legittimo temere che quando questo accadrà, ci accorgeremo che l’antiberlusconismo era l’unica cosa che ci teneva vivi e in piedi.
24/03/2010
I VALORI NON NEGOZIABILI
La prolusione del card. Bagnasco alla CEI ha suscitato molte polemiche. Si tratta di una tipica relazione ai vescovi italiani, in cui si passano in rassegna i principali problemi all’ordine del giorno o all’attenzione dell’opinione pubblica, esprimendo in merito l’orientamento dei vescovi: dallo scandalo dei preti pedofili alla crisi economica, dal malcostume politico alla criminalità. Continui richiami ai documenti papali e attenzione prevalente al ruolo dei sacerdoti nella società, con la conferma del carattere sacro del celibato e il monito che “l’apertura ai fatti della vita, alla contemporaneità, non sia scambiata con l’ingenua condiscendenza allo spirito del tempo, quasi dovesse tradursi in un’auspicabile e progressiva autosecolarizzazione”.
E’ la linea Ratzinger, revisionista rispetto al Concilio Vaticano II e alla sua apertura allo spirito dei tempi, condita con un certo rimpianto per il periodo preconciliare, all’energia morale del dopoguerra: “che fine ha fatto quella forza vitale?” si chiede Bagnasco riferendosi alla società italiana.
Si potrebbe rispondere con la parole del Padre gesuita Bartolomeo Sorge, già direttore della Civiltà Cattolica, uno degli intellettuali di punta del post-concilio montiniano, nel suo recente libro “La traversata. La Chiesa dal Concilio Vaticano II ad oggi” (Mondadori):
“Il vero problema è che troppi, anche all’interno della Chiesa, ragionano ancora con le categorie mentali della vecchia cristianità e non si rassegnano al fatto che invece questa sia finita da un pezzo…Nell’epoca della globalizzazione e della secolarizzazione, il contesto socioculturale è diventato irreversibilmente pluriculturale, pluiretnico e plurireligioso. Per agire da fermento spirituale, culturale e sociale, la Chiesa deve porsi in modo nuovo. Non può più contare su appoggi esterni o sui privilegi concessi dall’autorità civile, ma solo sulla testimonianza di una fede matura e di un amore fattivo. Senza di ciò, la Chiesa oggi non è più credibile, nè quando annuncia il Vangelo, nè quando combatte a favore dell’uomo e della sua dignità. Anzi, L’INSISTENZA CON CUI CHIEDE CHE SIANO TUTELATI ANCHE GIURIDICAMENTE VALORI UMANI FONDAMENTALI (RIGUARDANTI LA VITA, IL SUO INIZIO E LA SUA FINE, LA FAMIGLIA, L’EDUCAZIONE, LA LIBERTà RELIGIOSA, ECC.) VIENE INTERPRETATA COME IL TENTATIVO DI IMPORRE IN MODO COERCITIVO PRINCIPI E COMPORTAMENTI CHE NON RIESCE PIU’ A FARE PASSARE ATTRAVERSO LA LIBERA ADESIONE DELLE COSCIENZE”.
Parole appropriate per commentare quel passo della prolusione di Bagnasco in cui si scaglia contro l’aborto e la sua banalizzazione etica attraverso le pillole abortive; passo (proprio quello e solo quello) che inopinatamente viene concluso con l’invito al voto sulla base dei programmi dei candidati. In modo che fosse sufficientemente indiretto ma abbastanza chiaro per esser interpretato come un invito a non votare Emma Bonino.
Ma il passaggio chiave della prolusione è un altro: è quello che, intervenendo con l’intenzione di mettere un punto fermo in un dibattito aperto nell’episcopato e più in generale nella Chiesa, stabilisce una specie di graduatoria tra i valori a cui si ispira il magistero: quelli “non negoziabili” – che sono la dignità della persona, l’indisponibilità della vita, la libertà religiosa educativa e scolastica, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna – e gli altri, dal diritto al lavoro e alla casa all’accoglienza agli immigrati, al rispetto del creato, alla lotta alla malavita ecc. ecc., che dai primi discendono.
Una graduatoria confusa e contraddittoria, a cominciare dal concetto di “non negoziabilità” per arrivare alla ragione della preminenza di alcuni (come la libertà scolastica) rispetto ad altri (come la pace o il rispetto dell’ambiente). O al significato che può assumere quello, generale e inevitabilmente vago, della “dignità della persona”.
La questione è dirimente, perchè se si distingue tra valori negoziabili e non, si intende richiamare all’esclusivo potere della gerarchia ecclesiatica non solo la definizione dottrinaria, ma anche la sua traduzione pratica (politica e legislativa): è la gerarchia e solo essa che può non solo stabilire su cosa si può “negoziare”, ma anche se e quando una determinata scelta politica tocchi o minacci i valori non negoziabili.
Ne risulta, in modo eversivo rispetto alla visione conciliare, una compressione dell’autonomia e della responsabilità dei cattolici impegnati in poltica nella traduzione della dottrina della Chiesa in provvedimenti di legge o iniziative politiche; nelle necessarie mediazioni con politici non cattolici e, perchè no, anche nella scelta dei candidati alle cariche di governo ai vari livelli.
7/3/2009
NERVI SALDI
Napolitano ha chiarito bene il problema che si è trovato di fronte: tutelare due valori, la partecipazione degli elettori al voto e il rispetto della legge. Ha rifiutato la firma ad un decreto che rinviava le elezioni, l’ha apposta ad uno che sanava le irregolarità commesse. Forse incostituzionale, le opinioni dei giuristi sono divise, ma non in quel modo evidente che avrebbe giustificato la mancata firma.
Scelta irreprensibile e saggia. Che forse non eviterà conseguenze – ricorsi, annullamenti successivi – ma che nelle condizioni date era l’unica possibile per scongiurare lo scontro tra i poteri dello Stato e un inasprimento delle tensioni politiche.
In questo modo ha riaffermato il suo ruolo di arbitro: non è conveniente nemmeno per la sinistra che venga accomunato in uno scontro tra destra e sinistra che non salvaguardasse alcun potere terzo. Talvolta è questo a cui sembra mirare Berlusconi: costringendolo a schierarsi togliergli ogni credibilità.
C’erano altre vie? Si, c’era quella suggerita dal PD, di attendere il pronunciamento dei tribunali ed agire eventualmente dopo, con un provvedimento concordato, perché non era nelle aspettative della sinistra “vincere a tavolino”.
Come si è visto, i tribunali si sono orientati a riammettere nella corsa la Polverini e Formigoni, difficilmente avrebbero riammesso la lista PDL a Roma. E’ questo che Berlusconi non voleva in nessun modo: a quel punto la Lega si sarebbe disinteressata e non gli avrebbe dato l’appoggio per un decreto che riammettesse la sua lista. Ma c’è di più: nel Lazio delle due l’una, o avrebbe vinto la Bonino, o la Polverini, candidata gradita a Fini, senza un gruppo PDL in Consiglio regionale e con molti voti che sarebbero confluiti sulla lista UDC. Proprio quello scenario post-berlusconiano imperniato su Fini e Casini che Berlusconi cerca con ogni mezzo di evitare.
Il Cavaliere lotta per la sopravvivenza con ogni mezzo a disposizione. Occorre mantenere i nervi saldi.
21/02/2010
AVATAR
Perché ci piace il cinema americano? Perché produce film come Avatar: grande professionalità, tecnologie, capitali, spettacolo insomma , ma al servizio di un messaggio, semplice ma non banale.
Cameron saccheggia tutti i generi, dal western dalla parte degli indiani al filone dei mostri spaziali, dai film di guerra sul Vietnam agli stessi cartoni animati. “L’uomo chiamato cavallo” e “Il piccolo grande uomo” : il bianco catturato dai pellerossa che finisce per assorbirne i costumi e apprezzarne l’umanità; il razzismo ottuso dei marines di “Full metal racket”. Un florilegio di citazioni, un omaggio al cinema, una summa dei suoi stereotipi e della sua sapienza tecnica.
Ma la chiave del successo sta nell’inversione dei ruoli rispetto a tutta la cinematografia sulla fantascienza spaziale. Il punto di vista è gradualmente e sempre più quello dei nativi di Pandora, man mano che il protagonista si integra nel nuovo mondo, abbandona il ruolo di infiltrato e diventa il leader di una rivolta contro gli invasori.
E gli invasori siamo noi, siamo gli alieni, “gli uomini venuti dallo spazio”, noi siamo piccoli e un po’ deformi rispetto ai bellissimi pandoriani che vivono in simbiosi con la natura e gli animali del loro pianeta; è la nostra la società in decadenza che cerca nuova linfa nello spazio per sopravvivere alla devastazione ambientale che essa stessa ha prodotto nel mondo nativo. Tutti gli stereotipi della fantascienza spaziale sono rivoltati: dal mostro antropofago di “Alien” al filiforme malinconico astronauta di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”; dai perfidi marziani di “Mars attacks” al bambino E.T.
Geniale, quanto semplice. E così il messaggio che viene lanciato, del rispetto per le culture e la natura, della condanna dell’imperialismo economico e culturale, è elementare, ma potente. Non è retorico, né terrificante. E neanche commovente o compassionevole. Lucido, razionale e spettacolare. E a lieto fine, va da sé.
14/02/2010
I NUOVI ULIVISTI
L’idea l’ha lanciata Sergio Chiamparino e l’ha ripresa Goffredo Bettini: un nuovo Ulivo, hanno detto. Il Sindaco di Torino ha detto anche di più, che il progetto del PD è fallito: come dire, una rifondazione democratica.
In che senso sarebbe fallito? Nel senso che sarebbe successo proprio quello che a parole, nel momento della fondazione, tutti dicevano che non doveva accadere: una fusione poco amalgamata dei gruppi dirigenti dei DS e della Margherita. Con sacrificio di un pluralismo politico più ampio, della domanda di partecipazione popolare, dell’aspirazione alla vocazione maggioritaria.
Ma non è chiaro in che senso il nuovo Ulivo sarebbe la risposta a questi limiti congeniti: l’Ulivo rimane consegnato alla storia come una via di mezzo tra una federazione di partiti e un’alleanza politica, con limiti gravi di sintesi e di direzione politica; per di più immerso in un’alleanza più ampia, l’Unione, ancora meno unita.
Solo i prodiani lo rimpiangono, perché Prodi ne era il leader e vedevano in lui, e nel gruppo dei suoi più stretti collaboratori, l’unico cemento che lo teneva insieme. Ma questo era anche i limite dell’Ulivo: troppo ristretto e familistico il suo team di governo, troppo condizionate dalla collocazione e dalle prospettive del leader la sua evoluzione e la sua strategia.
In un articolo su Europa, Franco Monaco si rallegra di questa nuova vocazione ulivista, ma ne diffida, perché la vede come un insidia verso Bersani. Monaco dà un giudizio articolato sulla segreteria Bersani: ne apprezza l’intenzione di radicamento del partito (problema, sia detto per inciso, a cui gli ulivisti sono stati sempre poco sensibili) e il superamento della vocazione all’isolamento di Veltroni, ne critica l’eccessiva attenzione all’UDC e chiede che siano tenuti fermi alcuni punti fondamentali: primarie, bipolarismo, prudenza sulle riforme costituzionali.
Da questo, si capisce come gli ulivisti non abbiano più niente da dire, se non mettere qualche debole paletto all’azione di Bersani, che sta smantellando alcuni aspetti del PD originario, quali appunto le primarie e il bipolarismo; e per altro verso gli stiano tirando la giacca dove non dovrebbero, come a proposito della disponibilità a riforme istituzionali, comprese eventuali revisioni della Costituzione.
Se gli ulivisti storici non hanno niente da dire, quelli nuovi – Chiamparino, Bettini – non sono chiari. Che cosa sarebbe il nuovo Ulivo? Certo, non la riproposizione di quello vecchio. Allora, in che senso sarebbe nuovo? C’è in realtà un modo, a mio parere, ed è quello di riprendere un disegno che fu abbandonato – con il pieno consenso di DS e Margherita, ma non senza responsabilità di altri – di trasformazione dell’Ulivo in un vero e proprio partito.
Superando la struttura bicefala DS -Margherita per una più pluralistica, aperta a varie correnti di pensiero – socialiste, liberali, azioniste, ambientaliste – che, in quanto tale, potrebbe ambire a dare realizzazione a quella vocazione maggioritaria che è stata intesa come isolamento. E che si realizzerebbe non riducendo ad un solo partito la complessità democratica a sinistra, ma cambiando la forma partito per dare accoglienza a tutti i soggetti che si riconoscono in alcuni valori e obiettivi di fondo e che ora trovano espressione solo presentandosi come piccoli partiti, partiti personali o locali, e magari aggregandosi nelle occasioni elettorali per superare gli sbarramenti. Compresa quella parte della sinistra radicale che non rinuncia ad essere forza di governo.
Un partito, va da sé, ad identità debole, un partito contenitore, in cui la leadership pro tempore svolge una fondamentale funzione di amalgama e in cui le regole e il progetto politico sono quel cemento che la storia comune non può essere.
Un partito in cui il conflitto tra pluralismo e unità si risolva di volta in volta con una competizione ben regolata e non con un interminabile negoziato all’interno di un’oligarchia inamovibile.
Si tratterebbe in sostanza di prendere atto di quello che sta succedendo in una specie di anarchia: competizione tra leader nazionali e locali, individualismo, ma anche ricerca di autonomia rispetto al centro e desiderio di partecipazione alle scelte fondamentali sequestrate dagli oligarchi. Anziché vedere questi fenomeni solo come degenerazione, proporsi di regolarli e guidarli all’interno di una forma partito altamente pluralistica, rigorosa nell’applicazione di regole, trasparente nella competizione per le cariche.
Solo così un nuovo Ulivo potrebbe essere la medicina alla malattia infantile del PD che rischia di ucciderlo in tenera età.
31/01/2010
GLI ISCRITTI E GLI ELETTORI
Sul Sole24ore di oggi il politologo Piero Ignazi, prendendo spunto dalle primarie pugliesi, torna sul dilemma partito degli iscritti-partito degli elettori: di fronte alla grande partecipazione delle primarie, scrive “rimangono aperti gli interrogativi degli scettici. Uno su tutti: un partito fondato sulle primarie delegittima e disincentiva gli iscritti. Se agli iscritti si toglie anche la possibilità di influire sulle scelte per le cariche interne e per le candidature alle cariche pubbliche, non si capisce bene che cosa ci stiano a fare…proprio come negli USA, dove non sanno cosa siano gli iscritti: ci sono gli eletti, qualche funzionario a Washington e nelle capitali dei vari stati e una marea di esperti di vario tipo dipendenti dai rappresentanti ai vari livelli; più, ovviamente, i volontari che accorrono in occasione delle campagne elettorali. Importare coerentemente questo modello significa scardinare i partiti così come li abbiamo conosciuti fin qui.”
E’ così. Ma si può aggiungere qualche considerazione: i partiti come li abbiamo conosciuti sono già scardinati, basta vedere la condizione pietosa dei circoli del PD; la forma del PD doveva essere un’innovazione che combinava ruolo degli iscritti e ruolo degli elettori, ma è stata elaborata e ancora di più realizzata in modo superficiale e contraddittorio; la linea Bersani-D’Alema è un tentativo di farla finita con questa innovazione, ma il ritorno al passato sembra più che altro un’illusione e le primarie pugliesi sono un forte segnale in questo senso; la “marea di esperti” è una delle fondamentali cose che mancano nel PD: si continua ad oscillare tra le “segreterie” composte dai rappresentanti di correnti e gruppi, senza capacità di elaborazione politica e programmatica, e le fondazioni, prerogative dei leader nazionali, che le usano a supporto delle loro strategie politiche e personali.
24/01/2010
UN PAESE ANORMALE
Tutti vorremmo che il nostro fosse un paese normale, dove le elezioni regionali sono elezioni regionali e quelle politiche servono a scegliere maggioranze e governi e non sono giudizi di Dio, in cui è sempre in gioco la democrazia o il destino del paese.
Ma pare che questa aspirazione, sempre delusa, lo sarà ancora una volta e che le elezioni regionali siano di nuovo un redde rationem, sempre drammatico, mai definitivo, con Berlusconi. Il quale di solito da questo clima ci guadagna, perché in molte regioni il PDL non reggerebbe il confronto con il centrosinistra.
Di nuovo un giudizio di Dio, anche per la combinazione tra elezioni e appuntamenti del Cavaliere coi tribunali: infatti, il 26 febbraio la Corte di cassazione deciderà sul processo MIlls. Se dovesse dare ragione agli avvocati della difesa, dichiareranno prescritto il reato e salveranno il Capo del Governo senza bisogno della legge sul processo breve.
Se invece questo non accadrà, riprenderà alla Camera l’iter del progetto di legge. Ma Fini ha già dichiarato che la Camera potrà modificare il progetto approvato dal Senato, e quindi potrà ritornarvi. Di più, Napolitano potrebbe rinviare la legge al Parlamento, ed ecco che arriveremo alle elezioni; e che saranno gli elettori a pronunciarsi: se premieranno Berlusconi, questi si sentirà autorizzato a procedere sulle leggi ad personam e più in generale sul regolamento di conti con la magistratura. Altrimenti, le leggi ad personam si areneranno e inizierà il declino del suo governo.
P.S. ma ecco una terza possibilità: una nuova inchiesta aperta dalla Procura di Milano contro i Berlusconi, padre e figlio, e Confalonieri, per appropriazione indebita e frode fiscale, è giunta alla conclusione: per reati lontani dalla prescrizione e anche dai termini di un’eventuale legge sul processo breve.
La speranza del Cavaliere di un colpo di spugna definitivo si allontana, tutt’al più potrà rimediare uno scudo temporaneo. Le elezioni non chiuderanno la partita.
3/01/2010
ARRIVA IL 2010
Una ripresa debole in un quadro instabile: questa, in sintesi, la previsione sul 2010 che viene dalla maggior parte dei centri di ricerca. Da prendere con cautela, perché, si sa, gli economisti sono più bravi a rimediare che a prevedere.
Il PIL europeo crescerà intorno all’1%, tirato dalle esportazioni verso i paesi emergenti più che dalla domanda interna; non abbastanza per diminuire il tasso di disoccupazione e per alleggerire il peso del debito pubblico sul PIL. Una ripresa lenta, che implica che saranno necessari diversi anni prima che si ritorni al livello del reddito del 2007.
Ma perché un quadro instabile? Perché le cause che hanno dato origine alla crisi non sono state rimosse: non c’è una nuova regolamentazione dei mercati finanziari, anche se gli operatori sono ora più prudenti e le autorità più attente; non è risolto il problema degli squilibri delle bilance dei pagamenti: gli USA che consumano e importano troppo, la Cina che risparmia troppo e finanzia il deficit americano.
Uno squilibrio che può ripercuotersi sul mercato dei cambi dando luogo ad una crisi valutaria. Occorrerebbe un nuovo regime dei cambi, ma la Cina non ha intenzione di rivalutare la sua moneta penalizzando le sue esportazioni e gli USA non hanno intenzione di rinunciare al privilegio di avere la moneta leader per un qualche nuovo sistema monetario internazionale. Le questioni economiche diventano politiche e gli squilibri economici e valutari sono anche equilibri geopolitici in via di evoluzione.
Occorrerà un nuovo scossone per spingere i leader del mondo ad accordi più vincolanti e responsabilità più condivise? O le cose si aggiusteranno gradualmente?
E l’enorme massa di moneta immessa nell’economia per salvare le banche e rassicurare i mercati paralizzati dalla crisi darà luogo ad inflazione o verrà riassorbita senza scosse? E l’Europa saprà parlare con una voce sola o rischierà di avere un ruolo marginale nel nuovo equilibrio planetario?
La ripresa italiana seguirà più o meno l’andamento generale, con le differenze in positivo che il nostro paese era meno dipendente dalla finanza e dal mercato immobiliare; ed in negativo che ha un debito pubblico molto alto e l’eterno problema del Mezzogiorno. Prima della crisi l’Italia cresceva poco, anche se molta parte dell’apparato produttivo s stava riorganizzando per superare le sfide della globalizzazione e della moneta unica europea. Ci sarà indubbiamente una selezione delle imprese, dovuta anche alla restrizione del credito: le banche sono prudenti di fronte alla crescita delle sofferenze, aspettano la ripresa, ma il loro attendismo, in una specie di circolo vizioso, rallenta e ritarda la ripresa.
In questo quadro Tremonti ha scelto la strada di fare lo stretto indispensabile: inutile svenarsi, col debito che si ha, per stimolare una ripresa che comunque non dipende da noi. Ha tenuto stretto i cordoni della borsa, poi li ha allentati un po’, dando un po’ di soldi in più alle regioni per la sanità e finanziando un po’ di misure eterogenee con le entrate dello scudo fiscale in una legge finanziaria che era di tre articoli ed è diventata di 250 commi. Ha sempre scelto la strategia meno costosa: soldi alle banche a caro prezzo per le ricapitalizzazioni, che infatti le banche non hanno preso; ammortizzatori sociali accollati in parte alle regioni; piano casa puntando sui risparmi privati e finanziati col consumo di territorio anziché con la spesa pubblica.
La verità e che l’Italia non ha una strategia di uscita dalla crisi e il Governo, preso da altre questioni e priorità, non ha un’idea di paese per il futuro. Qualche ministro prova a dire la sua (Sacconi, Brunetta, Gelmini; Scajola che punta sul nucleare), ma l’insieme è confuso.
Le Marche, con le loro caratteristiche manifatturiere ed esportatrici, potranno segnare qualche decimo di punto in più di crescita, ma non impedire l’aumento della disoccupazione o l’incertezza sul futuro. Ci sarà sicuramente una selezione delle imprese, ma ci sono anche le condizioni perché si esca dalla crisi con buone prospettive, perché i fondamentali sono buoni.
La strategia della Regione (resistenza e attacco) è pura comunicazione. Quello che fanno le Marche (cofinanziamento degli ammortizzatori in deroga e integrazione dei fondi di garanzia) lo fanno tutte le regioni.
La realtà è che le regioni non hanno molto potere nell’incidere sulla congiuntura e gli effetti della manovra regionale sono marginali. La Regione può incidere di più su alcuni problemi strutturali, non risolvibili a breve termine: la riorganizzazione del sistema sanitario (il piano sanitario è ancora tutto sulla carta), il deficit infrastrutturale (sul quale qualcosa si muove ma occorreranno anni perché sia colmato), il deficit energetico e il ritardo nelle fonti rinnovabili, la gestione del territorio (coi problemi ambientali irrisolti e la legge urbanistica nel cassetto), la qualità della pubblica amministrazione e della classe politica.
20/12/2009
LA LINEA D’ALEMA

D’Alema va a Otto e mezzo e dà la linea. Con la sua area supponente, leggermente sprezzante, come se spiegasse a studenti zucconi cose ovvie, dice cose tuttaltro che ovvie.
In primo luogo strizza l’occhio a Berlusconi. Non con una proposta di accordo istituzionale alla luce del sole, ma con un’offerta obliqua: in sostanza, gli manda a dire, se ti fai processare e vieni condannato potrai continuare a governare. L’aveva già detto Napolitano, se uno ha la maggioranza in Parlamento, nessuno può mandarlo via, ma una cosa è interpretare correttamente la Costituzione, come fa e deve fare il Presidente della Repubblica, e un’altra che un capo dell’opposizione prometta, o lasci intendere, che “chiuderà un occhio”. Perchè l’opposizione non è il Presidente della Repubblica e se il Capo del Governo viene condannato, sia pure in primo grado, DEVE chiederne le dimissioni.
Ma Berlusconi non ha nessuna intenzione di farsi processare e di farsi cuocere a fuoco lento con la spada di Damocle di una condanna definitiva che pende sul suo capo.
Ecco allora, il vero “suggerimento” di D’Alema: invece che il processo breve, che metterebbe in circolazione migliaia di imputati di reati gravi, meglio un provvedimento ad personam, tipo legittimo impedimento, in attesa di un lodo Alfano costituzionalizzato.
Naturalmente, D’Alema non promette che il PD voterà a favore, solo di “chiudere un occhio”, all’italiana.
Ma perchè questa offerta e in cambio di che? Per timore dello show down delle elezioni anticipate? Forse, ma soprattutto per dare tempo alla strategia D’Alema-Bersani di dispiegarsi e ottenere in cambio dal Cavaliere una riforma elettorale.
Qui sta il nodo: D’Alema si scaglia contro la personalizzazione della politica, il populismo, l’antipolitica, che hanno indebolito i partiti nel loro ruolo di mediatori dei conflitti sociali. Vuole chiudere i 15 anni della seconda Repubblica, tornare al proporzionale e al “primato della politica”.
Ma si sbaglia. A parte che non si vede perchè Berlusconi, che ha fatto la sua fortuna politica sul populismo, dovrebbe cooperare a demolirlo, ma la crisi dei partiti non è la conseguenza dell’antipolitica. E’ vero il contrario, è l’antipolitica che fiorisce sulla crisi grave dei partiti e della loro capacità di leggere e rappresentare la società.
Non è vero che compito dei partiti è mediare i conflitti sociali, qualsiasi storico o sociologo può dire che questo è il compito proprio delle istituzioni. Il problema è che i partiti le hanno occupate, piegate ai loro obiettivi di potere, inquinate di faziosità e quindi indebolite anche nei confronti di poteri economici e lobby.
Questa è dunque la strategia di D’Alema. Che lo spinge a guardare con sufficienza all’iniziativa di Casini per un’alleanza di emergenza, nel caso di forzature costituzionali da parte di Berlsuconi. D’Alema non vuole lo show down e storce il naso sul ruolo che Casini si ritaglia: lo vuole come alleato, non come protagonista, ago della bilancia, salvatore della patria.
La sua linea è inveitabilmente contraddittoria: da una parte, col ritorno della prima Repubblica, offre un ruolo di protagonista a Casini, dall’altra lo vuole contenere, perchè non svuoti il PD e non ostacoli le ambizioni dei suoi leader.
L’organigramma che D’Alema ha in testa nel caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni politiche, quando ci saranno, prevede lui stesso alla presidenza della Repubblica. Per tenere insieme il PD deve promettere la presidenza del Consiglio ad un cattolico del PD (Letta), ma questo entra in contrasto con un altro possibile ticket: Bersani capo del Governo e Casini presidente della Repubblica.
13/12/2009
SI FA AVANTI CASINI
Ho sempre pensato che ci sia uno stretto legame tra bipolarismo e Partito democratico, nel senso che il progetto che ha portato alla nascita del partito si giustifica con quello di riforma complessiva del sistema politico. In altre parole, il PD è il soggetto politico coerente con un sistema bipolare basato su due grandi forze che competono per il governo del paese.
Se cade il progetto del sistema politico bipolare, perde senso anche quello del PD e, per quanto non lo si voglia, la situazione comincia ad evolvere in modo tale che il ruolo, e la stessa forza, del PD si ridimensionano.
Per questo non ho appoggiato Bersani, perchè vedevo irrisolto questo problema e sottovalutato questo nesso. E per quanto ora veda che Bersani si muove con accortezza secondo la linea che ha proposto nel congresso del PD, le cose stanno evolvendo nel modo previsto. Già alcuni se ne sono andati dal PD ed altri sono con un piede sulla soglia: l’attenzione che Bersani rivolge al centro dell’arena politica e all’UDC in particolare, a Roma e nelle regioni in preparazione delle elezioni regionali, sta dando fiato a chi pensa di ricostruire un grande centro. Se tu pensi che il centro tornerà ad essere fondamentale, magari anche mediante una legge di stampo proporzionale, ecco che chi si colloca al centro o pensa di farlo diventa protagonista. Condiziona la formazione delle alleanze nelle regioni e di fatto si candida a guidare l’opposizione.
Perchè è questo che Casini, sentendo il vento favorevole, sta facendo. Con la sua proposta di un’alleanza per la difesa della democrazia, un nuovo CLN qualcuno ha detto, nel caso che Berlusconi voglia “strappare” fino a pretendere le elezioni anticipate, si propone come il capo delle opposizioni, nel contrasto alle spinte eversive del Cavaliere e nella guida di un eventuale governo istituzionale nel caso di crisi. Che altro può fare Bersani se non assecondarlo, pregandolo di non limitarsi a proporre un’alleanza in caso di emergenza ma di accedere all’idea di un’alleanza organica per il governo?
E con ciò dando inevitabilmente fiato a chi, come Rutelli, sostenendo fallito il progetto del PD, pensa alla (ri)costituzione di una grande forza politica di centro nella prospettiva, più o meno vicina, di un esaurimento del berlusconismo?
Se il bipolarismo cade, il progetto del PD si ridimensiona e il PD finisce per essere una forza alleata di una riedizione della DC, perno di un sistema politico nuovo. Che non sarà più quello, fragile e confuso quanto si vuole, della seconda repubblica, ma assomiglierà piuttosto a quello della prima. Con una differenza fondamentale: che la sinistra sarà molto più debole e la destra molto più forte e la nuova formazione di centro arbitra comunque di ogni equilibrio, perchè la sola in grado di allearsi sia con la destra che con la sinistra. E la “concentrazione democratica” guidato da Casini sarà, come il governo del CLN dopo la guerra, l’incubatore del nuovo-vecchio sistema.
22/11/2009
UN PARTITO COME FACEBOOK
Ogni tanto frequento assemblee di base del PD. Non che siano molto frequenti.
E noto cambiamenti profondi, almeno per chi, come me, viene dal trekking politico PCI-PDS-DS-PD. Non improvvisi, sicuramente, ma se uno tornasse in quei luoghi dopo dieci o venti anni rimarrebbe colpito.
Intanto è scomparsa “l’analisi”. E’ raro che ci sia una illustrazione della situazione politica o sociale; negli interventi non si parla mai di altri – partiti, associazioni, categorie; non si cerca una “linea politica”. Non che non ci sia concretezza: molti portano le loro esperienze, il loro vissuto, il problema locale.
Questo avveniva anche in passato, ma nessuno oggi si propone di contribuire ad un quadro di insieme come allora. Opera delegata tacitamente ai dirigenti o ancora di più agli amministratori.
Questi vengono per spiegare cosa fanno, rassicurare sul loro impegno, che presentano come difficile e gravoso. Si sentono in qualche misura “controparte” e così li vedono i partecipanti. Che magari gli dànno del lei.
Chi viene da un diverso percorso, ad esempio quello DC-PPI-Margherita-PD, si stupisce di meno. I giovani, che hanno meno memoria storica, per niente.
Molti discorsi cominciano con “io”: chi per raccontare la sua esperienza o la sua priorità, qualcuno per chiedere attenzione e coinvolgimento. Un pulviscolo di voci, un facebook dal vivo, rispetto al quale chi dirige non si sogna di “fare sintesi”; tuttalpiù qualche risposta puntuale, se c’è tempo.
Molta esibizione di buoni sentimenti; sembra che le polemiche di cui sono pieni i giornali siano un affare dei dirigenti e degli eletti. Ma inopinatamente può scatenarsi la polemica su un punto qualsiasi, le voci si accavallano. Allora, tutti tengono botta sulle loro opinioni, si arriva a cavillare.
Un po’ sitcom.
Voglia di segnalare la propria presenza e desiderio di comunità, che ci rassicuri. Ma tra “io” e “noi” il legame è fragile e contingente. Magari, uno parla e se ne va.
Perché non c’è continuità, un riprendere il discorso da dove si è lasciato, come era proprio di un partito, ma non lo è di un’associazione che si vorrebbe calda e accogliente, ma che è comunque reversibile. Collegata col fuori da una porta girevole.
Dico questo senza nostalgia, ma perché questa è una specie di rivoluzione passiva che accade giorno per giorno senza che ce ne accorgiamo, ci ragioniamo sopra e ci facciamo i conti.
2/11/2009
HABEMUS PAPAM
Quando Giovanni XXIII fu eletto papa, nessuno immaginava che sarebbe stato il più importante papa del Novecento, capace di imprimere una grande spinta vitale nel corpo vecchio e malato della Chiesa.
E’ un po’ con questa speranza, che compensa il pessimismo della ragione e dell’esperienza, che guardo alla segreteria Bersani. Ma molti dei suoi sostenitori, che giustamente esultano in qusto momento, rischiano di cadere in un equivoco: pensano che finalmente il nuovo segretario cambierà questo PD che è quello, loro pensano, di Veltroni. E invece no, questo è proprio il partito di Bersani, al quale Veltroni, ha cercato, in modo confuso e contraddittorio, di imprimere un cambiamento.
Veltroni non ha mai avuto una vera maggioranza nel partito o nel nocciolo duro dei suoi elettori, è stato sempre in stretta minoranza. Il suo consenso, finché è durato, è dipeso da tre fattori: la convinzione pressoché unanime nel 2007 che fosse l’unico che potesse competere vittoriosamante con Berlusconi, l’appoggio che gli fu garantito dalla gran parte del gruppo dirigente del PD, D’Alema e Marini in testa, e il voto popolare che gli venne dalle primarie, pur pilotate, dell’ottobre.
Ma nel partito le sue idee, giuste o sbagliate che fossero, non sono mai passate. La controprova di questa affermazione è la realtà del partito marchigiano: quali sono le innovazioni che sono state introdotte in questi due anni? Nessuna, se non in senso peggiorativo: l’elezione popolare del segretario è stata usata dal ristretto vertice del PD regionale per consolidarsi, restringendo ulteriormente gli spazi di democrazia interna. E poi, si sono schierati tutti, o quasi, con Bersani. E quali innovazioni sul piano dell’elaborazione politica e culturale? Nessuna: un semplice appiattimento sulla stucchevole riproposizione dei meriti della Giunta regionale.
E sull’organizzazione? Si sono lasciati i circoli operare sperando nella buona volontà e nell’impegno di vecchi e nuovi militanti, senza offrire loro neanche un quadro di regole statutarie.
Veltroni ha la grande responsabilità di non essersi occupato del partito e molto probabilmente non aveva neanche l’attitudine per farlo, ma questo partito che ha operato in questi due anni non aveva niente di nuovo ed era guidato proprio da chi la pensa come Bersani.
Ecco perchè la speranza che il nuovo segretario cambi le cose deve essere accompagnata dalla consapevolezza che bisogna incidere sulla propria carne e non illudersi che, avendo battuto Veltroni/Franceschini, il rinnovamento avrà campo libero.
25/10/2009
VOGLIONO FARE FUORI TREMONTI?
Vogliono fare fuori Tremonti? Il genio della finanza che tutto il mondo ci invidia? L’unico che ha previsto la crisi globale? Che succede nel centrodestra?
Ci sono due letture della situazione, non necessariamente del tutto alternative: la prima è tutta politica, l’altra ha più a che vedere con la politica economica.
La prima è che nella maggioranza si considera ormai Berlusconi in declino ed è iniziata la corsa alla successione. Tra l’ala moderata e democristiana di Letta – Scaiola e quella leghista che appoggia Tremonti. Con Casini in attesa, Montezemolo che si riscalda e Fini col suo progetto neogollista. L’obiettivo in questo caso non è solo Tremonti, ma la cosiddetta golden share della Lega, che preoccupa tanto da non fare escludere nemmeno ipotesi di grande coalizione temporanea con il PD.
La seconda ha più a che fare con la situazione economica e le risposte date dal ministro dell’Economia, che appaiono insufficienti, deleterie dal punto di vista elettorale e talvolta arroganti e personali: un disegno con una sua ideologia – lo statalismo, la riscoperta del posto fisso – e una sua pratica – la borsa della spesa chiusa, le mani sulle banche, la banca del sud.
Tremonti ha scelto una linea furba: sfruttando l’impotenza attuale dell’opposizione e l’appeal di Berlusconi (finché dura), ridurre al minimo gli interventi, salvaguardare il bilancio in attesa della ripresa, evitare qualsiasi riforma strutturale. Di qui, gli ammortizzatori in deroga in alternativa a una riforma complessiva, nessun intervento di alleggerimento fiscale in attesa dell’attuazione del federalismo fiscale, tolleranza all’evasione e scudi per i capitali da rimpatriare, Tremonti bond, più per condizionare le banche che per allargare il credito alle imprese, silenziatore sulle liberalizzazioni.
I risultati, malgrado la propaganda sull’Italia manifatturiera che uscirà più forte dalla crisi, sono deludenti: recessione pesante nel 2009, crescita bassa negli anni futuri, riduzione delle entrate, mentre la spesa, chissà perché, continua a crescere. E la protesta, proprio nel cuore dell’elettorato del centrodestra, monta.
Da ultimo, lo scazzo sull’IRAP: Berlusconi, sensibile alle pressioni della Confindustria, vuole ridurla o abolirla, ma sostituendola con cosa senza scassare il bilancio? Baldassarri propone una manovra alternativa molto velleitaria: tagli alle tasse e aumenti della spesa per famiglie, imprese e infrastrutture, da finanziare però con un taglio orizzontale della spesa pubblica per beni e servizi tutta da verificare e con una riduzione drastica dei trasferimenti alle imprese che, se attuati davvero, sono destinati a suscitare altre proteste: perché gli industriali vogliono meno tasse ma non sono certo disposti a rinunciare a incentivi e agevolazioni.
Torna d’attualità la manovra alternativa che un anno fa fu proposta da Morando, per perdersi nel dibattito precongressuale del PD: tagli alle tasse, specie sui redditi bassi e medi, riforma degli ammortizzatori sociali, aumento degli investimenti (infrastrutture, ricerca, piani di opere pubbliche dei comuni virtuosi) e avvio di riforme strutturali per la riduzione della spesa. Con il duplice scopo di stimolare una crescita più rapida e sostenere le posizioni più deboli di fronte alla crisi.
Con quali risorse aggiuntive? Lotta all’evasione, aumento dell’età pensionabile, maggiori entrate derivanti da un’accelerazione della crescita e tagli alla spesa, non generici e orizzontali, ma mirati, ministero per ministero sulla scorta delle spending review avviate da Prodi e Padoa Schioppa.
Realisticamente, questo piano alternativo scontava un aumento del deficit nell’immediato, da contrattare con la UE sulla base dell’avvio immediato di riforme nella pubblica amministrazione destinate ad avere effetti di bilancio nel giro di due o tre anni.
Ma il PD ha avuto poca voce in questo periodo, e così tra i galleggiamento di Tremonti e il velleitarismo di Baldassarri oggi ci troviamo di fronte ad un bivio, con due strade egualmente pericolose: continuare nel galleggiamento alla Tremonti o dare il via a aumenti di spesa e tagli di tasse scombinati, destinati a scassare il bilancio dello Stato.
11/10/2009
LA COABITAZIONE
Non più cooperazione, ma coabitazione con Napolitano, dice Berlusconi dopo la sentenza della Corte costituzionale sul lodo Alfano. Che vuole dire? Come è noto, si diede il nome di coabitazione a quella situazione che si è verificata alcune volte in Francia in conseguenza del sistema politico e costituzionale di quel paese. In Francia, il Presidente della Repubblica è eletto dal popolo e nomina il Capo del Governo che non ha bisogno del voto di fiducia del Parlamento, ma che per potere governare deve potere godere di una maggioranza parlamentare. Siccome le due elezioni, quella del Capo dello Stato e quella del Parlamento sono distinte, può accadere che la maggioranza che elegge il Presdiente sia diversa da quella che si forma in Parlamento: in altre parole, come accadde effettivamente, un presidente di sinistra (Mitterrand) con un capo del Governo di destra (Chirac), ovvero viceversa (Chirac e Jospin). La coabitazione creò vari problemi anche perchè iin Francia il Presidente ha poteri di governo, specie in politica estera, e non è solo una figura rappresentativa e di garanzia come in Italia. E fu favorita dal fatto che la durata dei due mandati, del Presidente e del Parlamento, era diversa, il che rendeva più probabile la coabitazione.
Ora le cose sono cambiate e la probabilità della coabitazione sono diminuite, perchè le elezioni parlamentari seguono immediatamente quelle presidenziali ed è facile, come è accaduto con Sarkozy, che le elezioni parlamentari confermino la maggioranza che ha eletto il Presidente.
Peraltro, a dimostrazione che nessun sistema è perfetto, la conseguenza di questa riforma è stata un aumento del potere del Presidente, che di fatto finisce per assommare i poteri di capo dello Stato con quelli di capo del Governo, che esercita attraverso uomini di fiducia.
Che cosa ha a che vedere allora la coabitazione con il caso italiano? Nulla, ma Berlusconi ne parla per segnalare che Napolitano non è super partes ma espressione di una maggioranza diversa da quella che sostiene il Capo del Governo; per di più, una maggioranza vecchia e parlamentare, mentre quella che sostiene Berlusconi è attuale e il suo mandato sarebbe direttamente espresso dal popolo. Come hanno erroneamente affermato i suoi avvocati di fronte alla Corte costituzionale.
In altre parole, la coabitazione di cui parla il Cavaliere è una tra due persone di parte, di cui una soltanto è legittimata dal voto popolare e ha il diritto di governare senza intralci.
3/08/2009
IL PD DI BERSANI

Bersani vince con 20 punti su Franceschini. I giochi sembrano fatti. A meno che, sostiene Morando, il segretario in carica non abbia la capacità e il coraggio di chiamare milioni di elettori al voto del 25 ottobre sui due punti dirimenti: la difesa del bipolarismo contro il ritorno alla prima Repubblica, il ruolo sovrano degli elettori nella scelta del leader e della linea politica.
Ma è un’evoluzione improbabile e forse tardiva, per cui l’esito che possiamo immaginare e che Bersani sia segretario del PD il 26 ottobre. Che PD sarà il suo?
Innanzitutto, la geografia politica interna: il primo interrogativo riguarda il peso di D’Alema e la capacità del neosegretario di sottrarsi alla sua tutela.
L’altra incognita, più rilevante, è se si formeranno una maggioranza e una minoranza intorno ai due contendenti, unite nel rispetto delle regole e nell’adesione agli obiettivi fondamentali del partito e in competizione sul programma e la linea politica. C’è da dubitarne. Gran parte dei sostenitori di Franceschini, vale a dire il gruppo Marini-Fioroni, è più vicina, come concezione del partito e delle sue alleanze, a Bersani che alla “vocazione maggioritaria” di Veltroni. Non potevano non sostenere il loro ex collega di partito, ma una volta persa la partita, di sicuro, in nome dell’unità, cercheranno l’intesa e la cd. “gestione unitaria” del partito. Bindi e Letta storceranno la bocca, ma dovranno adattarsi.
E Fassino? Guiderà l’opposizione al nuovo segretario? In tutta la sua carriera, l’ex segretario dei DS non è mai stato in minoranza e quindi è diffcile immaginare questo scenario, a meno che l’anticamera di Bersani non sia così affollata da fare ritenere più visibile e conveniente una posizione di minoranza.
E d’altra parte, basta considerare come Silvana Amati, seguace di Fassino, si sia fiondata sulla candidatura unica e unitaria di Ucchielli per prevedere come andranno le cose: il giorno dopo le primarie, gli sconfitti diranno che la competizione è finita e che ora si governa tutti insieme.
La geografia probabile è quindi quella di una grande maggioranza intorno a Bersani con vari pianeti che ruoteranno più o meno vicini a lui; con Veltroni a i liberal all’estremo del sistema planetario.
Con quale linea politica? Proporzionale e alleanze dall’estrema sinistra al centro. Sui programmi, poi si vede.
E allora l’interrogativo di fondo è se ci sarà una semplice modifica di leadership e linea politica o un affossamento del progetto politico del PD.
In altre parole, un senso a questa storia finora era quello del Lingotto; che ci sia un altro senso è quello che sostiene Bersani. Ma è tutto da dimostrare
20.09.2009
POPULISMO E POTERI FORTI
La democrazia non è solo elezioni. Lo si vede nei paesi in via di sviluppo senza tradizioni democratiche e parlamentari: la semplice introduzione di elezioni non impedisce che il potere cada spesso in mano di dittatori. La democrazia, per sopravvivere e prosperare, ha bisogno di equilibrio tra i poteri dello Stato (Governo, Parlamento, magistratura), autorità indipendenti, stampa libera e indipendente, autonomie locali, pluralismo politico e sindacale, burocrazia imparziale nell’applicazione della legge. Ha bisogno di un sistema di banche e imprese che operano in un mercato aperto, ben regolato e concorrenziale; si giova della vitalità di altri corpi intermedi, come associazioni, comunità religiose, istituzioni culturali.
La politica ha il primato, ma questo non vuole dire che chi ottiene la maggioranza dei voti possa fare quello che vuole in nome del mandato popolare: opprimere le minoranze politiche, condizionare magistrati e stampa, invadere i campi riservati all’autonomia di poteri riconosciuti e tutelati nel loro ambito. Se lo fa, instaura un regime populista, che si collega direttamente al popolo e in nome di questo legame devasta l’impalcatura stessa del regime democratico.
D’altra parte, le democrazie corrono anche il rischio opposto: che le autonomie riconosciute si costituiscano in “poteri forti” e corporazioni che condizionano il potere politico e svuotano la sovranità popolare; o che il regime dei partiti si costituisca in partitocrazia, con i partiti che aspirano a controllare le autonomie.
Si danno molte versioni intermedie tra questi estremi: i regimi populisti durano poco, sfociano spesso nell’autoritarismo esplicito o danno vita a compromessi tra potere politico e poteri forti.
La sinistra spesso subisce il fascino del populismo, in nome di un concetto esasperato di sovranità popolare e in odio ai poteri forti, specie quelli economici.
La rappresentazione della situazione italiana in questo momento storico richiama questi dilemmi. Sembra che mentre Berlusconi si appella direttamente al consenso popolare, la sinistra sia alleata dei poteri forti. La realtà non è così chiara: la differenza tra il Berlusconi prima maniera e quello attuale sta proprio nel tentativo del Cavaliere di stringere alleanze con poteri forti (industriali, Chiesa cattolica) e colpirne altri (stampa, magistratura). Con risultati contraddittori.
Vero è tuttavia che la sinistra si trova spesso di fronte ad un dilemma: appoggiarsi ai poteri forti per combattere il populismo e la sua possibile degenerazione autoritaria o condurre una battaglia contro monopoli e corporazioni, la faziosità di una parte della magistratura, l’inefficienza della burocrazia, rischiando di dare senza volerlo man forte al populismo? Come trovare un equilibrio tra la difesa dell’impalcatura democratica dello Stato e la lotta contro le sue distorsioni? Come navigare tra gli scogli del populismo, del corporativismo e della partitocrazia?
Una rotta chiara finora non è stata trovata.
13.09.2009
CADRA’ IL GOVERNO?
Aria di crisi di governo? Nella maggioranza non mancano scricchiolii. Berlusconi è torvo e aggressivo, ai tradizionali avversari nella magistratura sta aggiungendo parti importanti del mondo cattolico e della stessa gerarchia. La stampa non può fare finta di non vedere il salto di qualità nell’uso dei media: dalle nomine in RAI all’uso bestiale del quotidiano di famiglia. Fini è all’attacco: al punto che è legittima la domanda se più che puntare all’eredità del Cavaliere, in realtà si sia pentito della partecipazione alla fondazione del PDL, un partito ancora più personale di quanto non fosse Forza Italia; costretto a rincorrere le esternazioni del capo e a fare quadrato qualsiasi cazzata dica.
Tra le cause dell’indebolimento politico del Governo non va messa l’efficacia dell’opposizione, specie del PD, completamente concentrato in un dibattito congressuale che non ha finora scaldato i cuori: come se militanti, elettori ed opinione pubblica in genere siano consapevoli che, sia che vinca Franceschini, sia che prevalga Bersani, il PD non sarà a breve competitivo.
E neanche un giudizio popolare negativo sull’operato del Governo. Bisogna ammetterlo: se Berlusconi è ridicolo quando si assegna la palma di migliore capo di Governo dall’unità d’ Italia ad oggi, non è diffuso un giudizio negativo sul Governo. Neanche entusiasta va da sè: ma un po’ la campagna comunicativa, un po’ alcune misure simbolo che hanno dato risposte, sia pure effimere, a domande dell’elettorato, un po’ l’accorto slalom di Tremonti tra demagogia contro le banche, tolleranza dell’evasione fiscala e qualche respiro per imprese e lavoratori hanno fatto dimenticare che quello italiano è il Governo che ha fatto meno di tutti per contrastare la crisi e alleviarne gli effetti.
Ci sono le elezioni regionali alle porte e questo di sicuro accentua i nervosismi, dovuti alle trattative su presidenze e liste, ma rimane l’impressione di qualcosa di più. Come se parte dell’establishment e dell’opinione pubblica si fosse disamorata. E’ successo in parte ciò che avevo ipotizzato in una precedente antelitteram: i comportamenti privati di Berlusconi hanno suscitato non tanto un rigurgito moralistico quanto il timore che il Cavaliere sia, per dirla con l’Economist, “unfit” per governare. Alla fine è questo che interessa al paese: che ha bisogno di avere fiducia e rispetto per chi lo governa e lo rappresenta.
Ma Berlusconi non ha alcuna intenzione di mollare. E di fronte al rischio di isolamento, può pensare di giocare la carta del ricorso al popolo: già, le elezioni regionali cercherà di trasformarle in un plebisicito su di sè. Nel peggiore dei casi, perfino le elezioni politiche anticipate potrebbero essere una risposta.
Con conseguenze imprevedibili e comunque preoccupanti, di radicalizzazione dello scontro e di divisione del paese.
Questo scenario spinge parte dell’establishment a prendere le distanze e al tempo stesso a farlo in modo prudente, come se si maneggiasse un materiale altamente esplosivo. Emerge il ruolo chiave in questa fase di Gianfranco Fini: perchè le elezioni anticipate sarebbero possibili solo con il suo accordo. O per converso sarebbero evitabili solo se Fini avesse il coraggio di rischiare la rottura del PDL e il suo stesso isolamento.
Avrebbe questo coraggio? La sua storia dice di no, ma chissà?
In ogni caso, l’evoluzione più probabile è che si arrivi invece alle elezioni regionali, sull’onda di nuove rivelazioni sul giro di puttane di Berlusconi, inaugurazioni di casette a L’Aquila e TG trasformati in bollettini di regime. E il PD costretto a fare quello che dice di non volere fare: l’ennesima alleanza contro Berlusconi e per la difesa della democrazia.
23.08.2009
PRODI HA TORTO
L’intervista di Prodi sul Messaggero del 14 agosto ha fatto rumore, sia pure ritardato, vista la data di pubblicazione. Dice Prodi che per risalire la china bisogna andare controcorrente, ma per la verità il suo sembra un intervento proprio sull’onda della corrente del momento.
Dice Prodi che la terza via e l’Ulivo mondiale (in sostanza la politica di Blair e Clinton) sono stati un fallimento. Dominio assoluto dei mercati, peggioramento della distribuzione dei redditi, politiche europee, pace e guerra, disprezzo del ruolo dello Stato, diritti dei cittadini e politiche fiscali, presenza limitata delle politiche pubbliche in campo sociale: su tutti questi temi ci si è accontentati di accompagnare con un nuovo linguaggio l’imitazione delle politiche conservatrici.
E’ un’opinione sorprendentemente superficiale, che sa tanto di posizionamento congressuale. Per vari motivi.
In primo luogo, perché trascura il punto di partenza, che era il fallimento di molte politiche e orientamenti statalisti della sinistra: inflazione a due cifre, disoccupazione elevata, deficit pubblici, subordinazione alle politiche sindacali (nel Regno Unito in particolare). Questa era l’eredità degli anni 70, contestando la quale le destre si rafforzarono. Lo sforzo dei fautori della terza via fu quello di riproporre gli ideali della sinistra riformista facendo tesoro delle lezioni della storia.
Si fa di ogni erba un fascio parlando ad esempio di pace e guerra: se Blair ha la responsabilità di avere appoggiato la guerra di Bush, non si può dimenticare che il resto della sinistra europea e gli stessi democratici americani vi si opposero con decisione. Lo stesso Blair ha difeso fermamente la scuola e la sanità pubbliche, facendo del loro rilancio un punto decisivo del proprio programma. E i democratici americani tentarono senza riuscirci quello che ora sta tentando di nuovo Obama, l’universalizzazione del servizio sanitario. Bush fece una politica fiscale ben diversa da quella di Clinton e gli anni di Blair e Clinton sono stati anni di sviluppo accelerato, consistenti investimenti in ricerca, riduzione drastica della disoccupazione e dei deficit di bilancio.
Vero è che la distribuzione del reddito nei paesi ricchi si è fatta più diseguale, ma non si può trascurare che questo è stato anche l’effetto di un mutamento in senso opposto sul piano mondiale, con la crescita di paesi come la Cina e l’India che si sono giovati della liberalizzazione dei commerci.
Un limite importante è stato invece quello che riguarda il sistema finanziario globale, la cui evoluzione e degenerazione non è stata capita o contrastata, anche per il ruolo di generatrice di sviluppo che ha avuto la finanza di Wall Street e della City.
Ma forse il limite principale dell’intervento di Prodi sta nella sua ambiguità. Si parla di Blair e Clinton, ma poi si generalizza e si parla di “riformismo che ha perso la fiducia in se stesso”. Senza distinguere. E quindi lasciando intendere che ciò che si dice riguarda tutti e quindi anche l’Italia.
Ma davvero in Italia, a sinistra si è accettato “il dominio assoluto dei mercati” o “il disprezzo del ruolo dello Stato”? Non scherziamo. In Italia di mercato ce ne è poco. A parte un settore pubblico che tuttora comporta una spesa pubblica che è la metà del PIL, al vertice ci sono le corporazioni e i monopoli e alla base il lavoro nero e perfino la criminalità organizzata. Di mercato buono e di concorrenza non ce ne è a sufficienza, e di stato inefficiente tuttora troppo. Vogliamo parlare del duopolio televisivo, del monopolio del gas, dei servizi pubblici locali, delle fondazioni bancarie che hanno sostituito il salotto buono della finanza, o degli ordini professionali e delle baronie universitarie? L’unica liberalizzazione – eccessiva e senza contrappesi in un nuovo sistema di ammortizzatori sociali – è stata quella del mercato del lavoro.
E la sinistra ha sbagliato a consentire che di tutte le liberalizzazioni solo questa andasse avanti, così da configurare, in questo caso sì, una politica di classe, che tutela le classi alte e non difende lavoratori giovani e disoccupati.
Che l’intervento di Prodi sia perlomeno manchevole lo dimostra la parte costruttiva: ribadire con forza il ruolo dello Stato di regolatore di un mercato pulito, forte sostegno al sistema sanitario e scolastico, impegno sugli obiettivi di coesione europea. Cioè, la linea che, con limitato successo quando Prodi ha governato e con molti limiti ora che è in crisi e all’opposizione, la sinistra ha sostenuto in questi anni. Senza dimenticare il problema centrale, di un paese che cresce poco e che ha un grande debito pubblico. Questioni che Prodi cercò di affrontare con coraggio quando governava e che ora sorprendentemente dimentica.
L’intervento di Prodi si inserisce in una pubblicistica sempre più vasta, che in alcuni casi sottolinea errori reali, ma che in generale ha un effetto consolatorio. Perché illude militanti ed elettori della sinistra che basti ritrovare l’anima che si è persa per uscire dalla crisi.
Come dice Andreotti nell’intervista a Scalfari/Bosetti nel film “Divo”, “il problema è più complesso”.
2/08/2009
PALMIRO
Conosco Ucchielli da molti anni. E’ persona capace ed esperta, molto abile nei rapporti politici. Il sorriso accattivante ingentilisce il profilo leniniano: come dire che sa essere aperto e tollerante se stai con lui, ma anche inflessibile se ti metti contro.
Lo sanno bene Giovanelli e Vannucci, che, pur non facendo parte della sua cerchia ristretta, hanno avuto il suo appoggio per fare i parlamentari, e si guardano bene dal contrastarlo apertamente quando non sono d’accordo con lui.
Divenne segretario della federazione del PCI pesarese nel 1990 e da allora ha mantenuto il controllo dei partiti che si sono succeduti – PDS, DS, PD – allargando e inglobando. E dal momento che la federazione pesarese del PCI-PDS-DS- PD è sempre stata l’azionista di maggioranza dei partiti, sempre diversi e sempre uguali, di cui ha fatto parte, Ucchielli è di fatto il principale azionista del PD marchigiano.
Il suo meccanismo di controllo è semplice: lui è il campione della vallata rossa del Foglia che unisce Pesaro a Urbino e attraverso le sezioni della vallata controlla la federazione e la città capoluogo. Un modello che è comune a molte altre realtà “rosse”, dove la periferia popolare delle città e i circondari rossi prevalgono sulla città: il buon senso e la disciplina delle sezioni popolari contro i nervosismi e i radicalismi cittadini. Dalla sua vallata, con il meccanismo delle scatole cinesi, il suo potere, come quello dei capitalisti che controllano grandi società con piccoli pacchetti azionari, arriva fino alla Regione.
E’ stato anche il primo a riscoprire la rinnovata importanza della Provincia, un ente che era considerato secondario. Lui capì che la Provincia tornava importante, non tanto per i poteri, ma perché garantiva visibilità, rapporto costante coi comuni, qualche soldo da spendere, specie europei. Con un partito in cui sempre più il potere si spostava dagli organi dirigenti e dalle sezioni verso le amministrazioni, la presidenza della Provincia diventava uno snodo decisivo del potere politico, locale e regionale: lasciò il posto da parlamentare, dove non si trovava, lui uomo del ”fare”, a suo agio e si fece eleggere Presidente. Dopo qualche anno anche Silenzi seguì la sua strada a Macerata e non è senza significato che la rottura del centrosinistra di Ascoli sia nata proprio dal desiderio di Agostini di prendere il controllo della Provincia attraverso un suo uomo.
Lodolini sbaglia alla grande dicendo che Ucchielli è un grande innovatore. Se c’è un motivo per cui si è candidato alla segreteria del PD – lui si schermisce dicendo che l’hanno chiamato – è proprio per riportare il partito ai ”fondamentali”, che la Giannini non aveva saputo garantire: ci sarà uno statuto, una direzione, verranno prese decisioni, naturalmente delibate preventivamente in sede ristretta, parlerà con tutti: bastone e carota, pugno pesante in guanto di velluto.
E’ uomo pragmatico e di buon senso, si adatta alle circostanze e la sua bussola è il consenso. Il suo modello è sempre lo stesso: tutto il potere alle segreterie, da gestire con accortezza allargando e inglobando. Quando coi suoi fedelissimi prende una decisione, poi una serie di incontri riservati con altri capi allarga il consenso. E’ successo anche questa volta, con il famoso incontro con alcuni dirigenti della federazione di Ancona in cui sono state messe le basi per l’operazione di rimozione della Giannini. In cambio, pare sia stato promesso a Lodolini che sarà il futuro segretario regionale dopo di lui. Poi, col sistema dei cerchi concentrici e la forza del fatto compiuto, è arrivato fino ad ottenere l’appoggio della stessa Giannini.
Questo modello non riguarda solo il partito, ma anche l’ambito politico e sociale più ampio. Nella visione “pesarese”, la segreteria dirige tutto, una volta attraverso le “cinghie di trasmissione” (sindacati, associazioni di categoria), oggi essenzialmente mediante l’uso accorto del potere nella amministrazioni locali, l’influenza sulla stampa, ecc. ecc.
Vedremo come il modello pesarese che, malgrado i risultati elettorali è in affanno anche in casa, verrà adattato e funzionerà nel contesto regionale. Di certo, si formerà una diarchia Spacca-Ucchielli, che, a mio parere avrà una sanzione istituzionale in occasione delle elezioni regionali e nella successiva formazione della Giunta regionale, in caso di vittoria. Intanto, a chi gli chiedeva se avrebbe proposto Spacca per la riconferma, Ucchielli si è sottratto; non perché non sia abbastanza realistico da capire che non ci sono alternative e se ci fossero non lo riguardarebbero – e di sicuro l’ultima cosa che vuole è un candidato diverso da Spacca e da lui stesso -, ma perché è buona regola, prima di dare l’appoggio, trattare bene e su tutto.
Ucchielli è rassicurante tra i dirigenti del PD, proprio perché è tradizionale e prevedibile. In un momento in cui c’è la guerra al “nuovismo”, un cauto ed esperto ex comunista è quello che ci vuole, pensano in molti.
Se invece ha ancora senso l’idea originaria, fondante del Pd, che ci vuole un “partito nuovo”, allora non è l’uomo giusto, anche se garantirà i fondamentali.
Un suo limite è quello di non avere mai avuto un punto di vista “regionale”. La sua è sempre stata un’ottica pesarese, la sua forza solo provinciale. Per lui, la Regione è un interlocutore con cui contrattare e nessuno sa quali idee abbia sui problemi fondamentali dello sviluppo delle Marche.
Dovendo scegliere tre aggettivi per caratterizzarlo, proporrei perciò: conservatore, pragmatico, pesarese.
26/97/2009
IL COLLE DIFFICILE
I lettori di antelitteram sanno quanto apprezziamo Napolitano. E non da oggi. Ma penso che abbia sbagliato rispondendo personalmente agli attacchi di Di Pietro (“chi mi critica non conosce la Costituzione”): Di Pietro e Travaglio non aspettavano altro per attaccara direttamente la presidenza della Repubblica come fosse Ponzio Pilato. E da ora in poi lo faranno con continuità. Intendiamoci, l’avrebbero fatto ugualmente prima o poi, perchè Napolitano e il consenso di cui gode sono di ostacolo alla loro strategia, che è speculare a quella di Berlusconi: incattivire il confronto politico. Che poi, da questo imbarbarimento possa uscire vincente il capo del Governo e indebolita la tenuta delle istituzioni a Di Pietro non interessa, purchè questo favorisca la sua crescita a scapito delle altre forze di opposizione.
Di Pietro cita alla lettera la Costituzione, che parla di controfirma del Presidente ai decreti del Governo, di promulgazione delle leggi, di messaggi alle camere. Per cui, dice il leader dell’IDV, il Presidente si attenga alla Costituzione, invece di rimproverare me che non la conosco: firmi o non firmi (va da sè che per Di Pietro non dovrebbe firmare quasi niente), mandi messaggi alle camere; tra i suoi poteri non c’è di firmare ma di criticare, di mandare lettere al Governo, ecc. ecc.
Sa bene che le sue posizioni sono infondate: le biblioteche sono piene di dottrina e di giurisprudenza che spiegano come si siano evoluti i poteri del Presidente, fermi restando quei limiti invalicabili a cui Napolitano si riferisce quando ricorda a Di Pietro il contenuto della Costituzione (ad esempio, i suoi poteri di controfirma non possono invadere quelli della Corte costituzionale, a cui il nostro ordinamento riserva il giudizio di legittimità costituzionale).
Napolitano ha già chiarito che la sua sottoscrizione del decreto sulla sicurezza non è stato un “si ma…”, è stato un si pieno, l’unico che può dare, ma che ha ritenuto di accompagnare con una serie di critiche e di raccomandazioni sulla futura attività legislativa e sull’attuazione del decreto. Di Pietro sa bene che di leggi eterogenee e confuse se ne sono fatte spesso e non mancarono di farle anche le maggioranze e i governi di cui ha fatto parte.
Senza contare che, secondo la dottrina di autorevoli costituzionalisti non di destra (come il presidente emerito della Corte, Onida), se Napolitano non firmasse e il Governo riapprovasse il decreto pari pari, il Presidente non potrebbe esimersi dal firmare. Così come avviene per la promulgazione delle leggi.
E quanto ai messaggi alle camere, apparentemente possono avere un forte impatto comunicativo, ma niente impedisce al Governo e alla sua maggioranza di lasciarli cadere nella più perfetta indifferenza. Ecco perchè – per consderazioni di opportunità e di efficacia – Napolitano preferisce usare nella loro massima estensione quei poteri di moral suasion che certamente sono a sua disposizione.
Il Presidente si trova ad agire in una posizione molto delicata. Di fronte ad un governo che è legittimato dal voto popolare e dispone di un’ampia maggioranza, ma sembra spesso fregarsene degli equilibri tra i poteri costituzionali, deve cercare di difendere la credibilità delle istituzioni e i principi costituzionali senza lacerazioni dagli effetti imprevedibili. La sua è una missione difficile che tutti seguiamo con trepidazione, perchè ne va della tenuta delle democrazia.
A differenza di Di Pietro, che pensa solo a se stesso.
12/07/2009
IL VERO LEADER
Non sono tra quelli che speravano in una scossa di terremoto a L’Aquila in questi giorni: non così forte da fare danni o vittime, ma abbastanza per fare scappare gli illustri ospiti e fare dire ai giornali che la scelta del capoluogo abruzzese per il G8 è stata un errore.
Pertanto, sono contento che il G8 sia andato bene sotto il profilo organizzativo. Tutto è filato liscio, da quello che si sa, gli ospiti hanno apprezzato. Berlusconi, che i recenti scandali hanno convinto di evitare barzellette, canzoni e cucù, ha dato il meglio di sè come organizzatore di eventi: molto belli i pigiami regalati ai “grandi della terra”.
I terremotati di L’Aquila hanno potuto vedere la loro città sfortunata nei Tg di tutto il mondo. Che riflesso questo avrà sulla ricostruzione e lo sviluppo della città è da vedere.
I risultati del G8 soo stati modesti: dichiarazioni forti su molti temi, dal commercio internazionale al clima,
impegni precisi pochi, scadenze lontane. E c’è voluto l’intervento energico degli USA per rimpolpare un’agenda dei lavori che si presentava troppo misera e alla quale Belrlusconi aveva dato meno attenzione che alle scenografie del vertice e ai regali agli ospiti.
Buona ma parziale eccezione il documento di Tremonti sulla crisi finanziaria: raccomandazioni generali, molto meno delle necessarie riforme delle istituzioni economiche internazionali, ma importanti. Se fossero davvero seguite, ci sarebbe una significativa correzione nel funzionamento dei mercati finanziari e creditizi nel senso dell’equità, della trasparenza e della correttezza.
Riconoscimenti all’Italia per la leadership, ma, a leggere attentamente, hanno riguardato solo l’organizzazione del vertice. Non certo la leadership politica. Addirittura, Berlusconi si è dovuto scusare per il mancato rispetto dell’impegno ai versamenti per il fondo per l’Africa, una figuraccia che ha contraddetto l’enfasi sugli impegni “a babbo morto” che ha preso.
Se l’Italia ha esercitato una leadership politica, si deve a Giorgio Napolitano. Ha dapprima pilotato le forze politiche – con la solita eccazione di Di Pietro – verso il comune obiettivo nazionale del successo del vertice; ha ricevuto il capo di stato cinese richiamandolo al rispetto dei diritti umani (Berlusconi se ne era dimenticato); ha avuto un importante incontro con Obama che ha rafforzato il legame Italia/USA indebolito dall’amicizia “speciale” del Cavaliere con Bush. Obama si è dichiarato ammirato dell’integrità e della finezza del Presidente della Repubblica: come dire, quello che manca al capo del Governo.
Ha poi rivolto ai capi di stato un discorso nel quale non solo ha detto a chiare lettere che il G8 è morto, e di questo ne sono tutti consapevoli, ma li ha richiamati tutti ad una riforma delle istituzioni economiche sovranazionali nello spirito di Bretton Woods, perchè, ha detto, con gli incontri periodici e settoriali non si possono affrontare in modo adeguato i problemi globali.
L’Italia esce da questo vertice con un leader internazionale, Napolitano, e un buon organizzatore di eventi, Berlusconi.
28/06/2009
E’ MEGLIO CHE IL PD MUOIA?
Secondo Giampaolo Pansa, oggi su Il Riformista, il PD sta morendo ed è inutile cercare di mantenerlo in vita. Tanto vale ammettere che il progetto è fallito. L’analisi delle cause non è delle più chiare e convincenti, e al dunque si risolve nell’affermazione che ex democristiani ed ex comunisti non ce la fanno a stare insieme e tanto vale che ne prendano atto: marciare divisi per colpire uniti, se no tenetevi Berlusconi e non vi lamentate.
L’articolo, al di là della sua qualità, ha il merito di mettere, come si dice, i piedi nel piatto, esplicitando un pensiero – speranza, timore, vaticinio – che frulla nella testa di molti. E di prefigurare un esito che non si può davvero escludere: se il congresso di ottobre si dividesse lungo la frattura ex DS – ex Margherita potrebbe portare anche ad una separazione, più o meno consensuale.
Non mi azzardo a fare previsioni. Vorrei approfondire lo scenario proposto da Pansa, che è quello che avevano in mente tutti coloro che, prima che nascesse il PD, si opponevano alla sua formazione. Si formerebbero due partiti, uno cattolico democratico, destinato a tessere le fila di un’intesa e forse di una fusione con l’UDC, e l’altro, socialista, destinato a ritrovarsi con il PSI e con una parte della sinistra “radicale”, in particolare Sinistra e libertà.
In sostanza, uno schema simile a quello della prima repubblica e al centrosinistra di allora, imperniato sull’alleanza DC-PSI. Con un’ enorme differenza, naturalmente: che il centrosinistra di allora lasciava alla destra un piccolo partito neofascista e alla sinistra un grande partito comunista; quello di oggi avrebbe alla destra un grande partito allo stato maggioritario (oltre alla Lega) e alla sinistra una forza marginale neocomunista. L’operazione sarebbe ben vista da tutti gli avversari del bipolarismo, probabilmente anche dalla CEI, e si gioverebbe di un’eventuale riforma della legge elettorale in senso proporzionale o “tedesco”.
Insomma, uno scenario tuttaltro che impossibile e gradito e molti. In particolare a chi vede come impossibile una convivenza tra “laici” e cattolici in uno stesso partito, mentre troverebbe plausibile un’alleanza tra diversi.
Per chi scrive, si tratterebbe di un fondamentale passo indietro rispetto ai progetti di riforma del sistema politico perseguiti negli ultimi vent’anni, ma rimanendo a livello teorico, lo scenario va preso sul serio. Da questo punto di vista, un aspetto va considerato attentamente: le posizioni del partito neodemocristiano e quella del partito neosocialista non sarebbero paritarie: nel caso, infatti, di una scomposizione dello schieramento di destra a seguito della dipartita (politica) di Berlusconi, il nuovo partito neodemocristiano si verrebbe a trovare in una posizione centrale, con la possibilità di allearsi sia con una destra ormai legittimata a governare, sia con i neosocialisti. Insomma due forni da cui comprare il pane, mentre i neosocialisti ne avrebbero uno solo.
21/06/09
PUBBLICO E PRIVATO
Inutile storcere il naso e non è neanche il caso di vergognarsi se, aprendo il giornale, corriamo subito alle pagine che raccontano di Noemi, Patrizia e altre, escort e procacciatori, Villa Certosa e Palazzo Grazioli. La tesi della destra – da ultimo oggi il ministro Scajola – che, accantonata la teoria del complotto e nell’impossibilità di negare l’evidenza, si attesta sulla sacralità della privacy e sull’insignificanza dei comportamenti privati, perchè quello che conta è l’azione di governo, è infondata.
Non perchè abbia ragione Scalfari col suo moralismo altezzoso e un po’ ipocrita, ma per un motivo che ha a che fare con la politica e non con la morale: i cittadini hanno bisogno di potersi fidare di chi li governa e da questo punto di vista i suoi comportamenti privati non sono ininfluenti. Non bastano programmi e neanche risultati, che pure sono importanti, perchè il potere di un capo di incidere, nel bene e nel male, sulla vita e il benessere dei cittadini, è ampio e dipende da un insieme di circostanze imprevedibili. Per questo i cittadini vogliono capire chi ha nelle sue mani almeno una parte della loro vita: è uno che è capace di distinguere i suoi interessi privati, che siano economici o di altra natura, da quelli pubblici? Che darà la giusta attenzione ai problemi dei cittadini che governa?
Finora, la maggioranza degli italiani ha dato mostra di pensare che il fatto che il Cavaliere abbia grandi interessi privati in gioco e li abbia perseguiti senza guardare tanto per il sottile non sia un ostacolo alla sua capacità di governo. Ma ora? Sulle avventure di Berlusconi, sulle sue vicende familiari, gli italiani hanno opinioni diverse. O anche sentimenti diversi: dalla riprovazione morale alla tolleranza maschilista, dalla vergogna all’invidia. Ma alla fine ciò che può fare precipitare questo miscuglio di sentimenti in una caduta dei consensi è la percezione che la vita privata del premier lo squalifica dal punto di vista della sua affidabilità come statista. Quello che compare dalle notizie è l’immagine di un uomo che non è malato solo di satiriasi, quanto di egocentrismo e mitomania, che per raggiungere i suoi obiettivi, di qualsiasi natura, usa i poteri che ha senza distinzione: denaro, favori, promesse, indifferentemente passaggi in TV e posti in Parlamento, sia per conquistare alleati che per sedurre belle ragazze. Vi ricordate quando quelli di Forza Italia vantavano di avere nelle loro mani alcuni senatori che avrebbero fatto cadere Prodi?
Insomma, non tanto (o non solo) un disonesto, quanto davvero un “malato”, come dice la moglie. E allora gli italiani si chiedono se è il caso che il loro destino sia affidato ad uno così.
14/06/2009
BERLINGUER
Leggo molti interventi in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Molti militanti lo ricordano con affetto. E anche molti giovani che non lo hanno conosciuto ma hanno letto di un uomo probo e riservato, che viveva davvero la politica come servizio e responsabilità. C’è in questi commenti un comprensibile rimpianto per una politica non trasformata in spettacolo e per una sinistra forte e rispettata.
Ma l’analisi politica è un’altra cosa. E deve riconoscere le responsabilità di Berlinguer nell’avere ritardato la trasformazione del PCI in una forza del socialismo europeo: per lui, il traguardo era e rimaneva quello rivoluzionario del superamento del capitalismo. Di qui gli ostacoli all’unità della sinistra italiana che vennero da lui e che contribuirono a portarla divisa all’appuntamento del 1989.
La stessa questione morale, che sollevò in una famosa intervista del 1981, era interpretata da lui in un modo fuorviante. Il PCI era abbastanza machiavellico per perdonare a se stesso e ai suoi alleati peccati anche gravi se questi erano commessi in nome di una strategia giusta di avanzata al socialismo. Quello che Berlinguer addebitava agli altri partiti, specie proprio ai socialisti, non era tanto la disonestà di acuni di loro, o il finanziamento illecito da cui il PCI stesso non era immune, quanto di avere abbandonato l’obiettivo della trasformazione socialista del paese. Da questo derivava per lui l’emergere della questione morale. Basta rileggere l’intervista per cogliere appunto che in Berlinguer non c’era alcuna consapevolezza che la risposta da dare alla questione morale era la riforma delle istituzioni, della pubblica amministrazione e degli stessi partiti. Egli pensava invece che la risposta fosse un’alternativa di governo che avesse nella guida del PCI la garanzia di moralità, in quanto unica forza autenticamente socialista.
Questo era appunto il moralismo berlingueriano: sincero e in buona fede, ma intriso di ideologia e foriero di settarismo.
7/6/2009
LA PUZZA SOTTO IL NASO
Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, dice che questa campagna elettorale, basata su veline e amanti, le ha fatto schifo. E che ora “la ricreazione è finita”. Applausi da destra e da sinistra. Ma quando gli applausi sono unanimi c’è da dubitare che una posizione sia ambigua. E infatti lo è. Che in questa campagna si sia parlato poco di Europa e anche dei problemi economici posti dalla crisi è vero ed è deplorevole. Ma questa non può essere una giustificazione per la Marcegaglia per non pronunciarsi su questioni che hanno rilievo morale e istituzionale. Critichi pure se vuole il comportamento di Franceschini che ha cercato di cavalcare la vicenda Noemi, o l’eccesso di gossip, ma non ha niente da dire sul fatto che abbiamo un premier che “frequenta minorenni”, mente sull’origine di queste frequentazioni, usa mezzi di stato per trasportare nani e ballerine per i suoi svaghi, interviene pesantemente negli organi del servizio pubblico per difendere se stesso e censurare le critiche, rende ridicolo il paese agli occhi dell’opinione pubblica europea?
Un premier che, dice la stampa estera, disprezza l’opinione pubblica italiana e non distingue tra interesse pubblico e interessi privati. Può deprecare che questi temi siano stati posti all’attenzione degli italiani – per iniziativa della moglie di Berlusconi e di lui stesso nell’accogliente sede di Porta a porta, trasmissione guidata, secondo l’Independent, da uno dei suoi più untuosi cortigiani – ma una volta che sono stati posti non può fare finta che non esistano per lavarsene le mani.
O addirittura fare intendere che è stato solo un gioco elettorale. Che tipo di moralità è quella di chi pensa che conti solo l’economia, e non anche la moralità e la reputazione di chi governa? E che queste siano “ricreazione”.
La Marcegaglia fa parte dell’elìte del paese. Anche a lei spetta dare l’esempio. Se tace per non urtare un governo da cui si attende interventi per le imprese che rappresenta, il suo è cinismo. Che non fa meno schifo della campagna elettorale.
DRAGHI E IL PD
Le Considerazioni finali del Governatore Draghi sono stringate, ma certo non generiche. La fotografia della crisi è secca e impietosa, soprattutto laddove mostra gli effetti pesanti sul lavoro, specie quello dei lavoratori precari e delle piccole imprese, e i rischi di un avvitamento recessivo. Manca casomai un’analisi approfondita sull’altro elemento grave, il peggioramento della distribuzione del reddito, sia dal punto di vista sociale – la bassa crescita dei salari – sia dal punto di vista territoriale.
Non mancano invece indicazione di strategia di politica economica. Il bandolo della matassa è la crescita; che in questo momento è addirittura negativa, ma che era bassa da almeno un decennio: pochi investimenti, bassa crescita, bassi salari e consumi, ergo bassa crescita e così avvitando. In più, alte tasse e alto debito pubblico. La strategia suggerita da Draghi è in due mosse: attenuare gli effetti della crisi e fare subito le riforme necessarie perchè nel momento della ripresa l’Italia possa agganciarsi nelle migliori condizioni e mettere fine al declino dell’ultimo decennio. Sul primo fronte, allaragare e riformare il sietema degli ammortizzatori sociali, rafforzare le garanzie pubbliche al credito alle piccole e medie impree, accelerare i pagamenti della Pubblica amministrazione alle imprese, sbloccare gli investimenti dei comuni, bloccati dal patto di stabilità.
Sul secondo fronte, investimenti a medio termine in infrastrutture e capitale umano, liberalizzazione dei servizi pubblici, aumento graduale dell’età pensionabile, riforma delle amministrazioni pubbliche. E federalismo fiscale, di cui il Governatore apprezza il punto fondamantele del passaggio dal criterio della spesa storica a quello dei costi standard, come strumento di maggiore efficienza. Già, perchè interventi per investimenti e ammortizzatori costano e, dato il vincolo del debito pubblico, che rischia di diventare più stringente nei prossimi anni per gli sforamenti attuali, occorre, appena passata la crisi, avere di nuovo una politica finanziaria rigorosa. E ciò è possibile solo risparmiando sulla spesa corrente e combattendo l’evasione fiscale. D’altra parte, se non si vuole ridurre le prestazioni pensionistiche, l’unico modo per quadrare il cerchio è incentivare una maggiore permanenza al lavoro.
Potremmo aggiungere la riforma dei contratti di lavoro, sulla linea della proposta Ichino che punta a superare i dualismo tra garantiti e non, e avremmo un manifesto di politica economica in gran parte coincidente con quello proposto dal PD. Che però fatica a farlo passare nell’opinione pubblica distratta da veline e processi.
24.05.09
IL FATTORE NOEMI
Noemi: e chi se ne frega? E’ la reazione più comune anche tra gli avversari di Berlusconi. A nessuno piace passare per voyeur e molti hanno capito che Berlusconi si batte solo facendo politica e non sperando in un suo scivolone, giudiziario o di immagine.
Ma sta di fatto che se Berlusconi rischia di cadere in questo momento, non è nè per il processo Mills e neanche per la crisi economica, ma proprio per la buccia di banana di quella frase detta dalla moglie: “mio marito frequenta minorenni”; aggiunta all’altra secondo cui sarebbe “malato” e drammatizzata, rendendo plausibili anche le interpretazioni malevole, dal contemporaneo annuncio del divorzio.
A mio parere, il grande polverone che in questi giorni Berlusconi sta sollevando – il vittimismo giudiziario, l’attacco al Parlamento “controproducente” – è dovuto proprio al fatto che sta cercando di distrarre ancora una volta gli italiani, nella speranza che un trionfo elettorale gli consenta di soffocare la vicenda sotto una valanga di voti. Dopo di che, un’accurata versione “buonista” della sua amicizia con Noemi, a cui sta lavorando, verrà propinata all’opinione pubblica e forse al Parlamento.
In Italia, ormai si digerisce tutto sul Cavaliere, si sente dire. Può darsi, ma la sua credibilità internazionale sarebbe distrutta se venisse documentato che quel “frequenta” significa quello che tutti sospettano.
Ma, attenzione, se anche Berlusconi si rompesse l’osso del collo politico scivolando su questa buccia di banana, c’è da chiedersi quali sarebbero le conseguenze politiche. A sinistra, si coltiva ancora l’idea che il PDL e il centrodestra non esisterebbero senza il Cavaliere. Io non lo credo. Certo, gli effetti sarebbero traumatici, ma la destra è cambiata da quando Berlusconi è apparso sulla scena politica. Allora sì che ne era il collante indispensabile, ed anche in qualche misura l’ideologo: portatore di un’ideologia modernizzante e liberista che bene si attagliava alla sua figura di imprenditore.
Ma le cose sono cambiate – lo spiega Biagio De Giovanni nel suo “A destra tutta”, da poco nelle librerie: oggi l’ideologia della destra si è fatta più solida e compatta, si nutre del “Dio, patria e famiglia” rispolverato da Tremonti nel suo libro, della scomparsa della questione meridionale sostituita da quella nordista, dell’adesione, sia pure strumentale, alla teologia politica conservatrice di Ratzinger.
Altro che le tre “i” del primo Berlusconi: impresa, inglese e internet. E il Cavaliere, rispetto a questa nuova destra, è sempre più lo show man di successo che catalizza il consenso, sempre meno la guida politica.
De Giovanni parla addirittura di una nuova egemonia della destra che ha scalzato definitivamente quella costruita dai partiti della prima Repubblica sull’epopea della Resistenza e sui valori costituzionali. Il che non significa, come scrive Scalfari, espressione della vecchia egemonia in declino, che si senta odore di fascismo. Ma che il compito della sinistra è più arduo di quello di costruire un’alleanza per la difesa della democrazia (“salva l’Italia”, l’infelice slogan del secondo Veltroni che contraddisse il primo) o di sperare che i giudici o Veronica Lario facciano fuori Berlusconi.
10/5/2009
SESSO E POLITICA
Le classifiche sulla stima dei cittadini mettono sempre i politici agli ultimi posti. Come mai sono considerati così poco? Se lo chiedete ad un cittadino normale risponde: “perchè pensano a se stessi o al proprio partito e non all’interesse pubblico”. Eppure, il politico è uno che cerca il consenso e quindi è nella logica della democrazia che, cercando il consenso, faccia gli interessi degi elettori.
Insomma il suo interesse privato – essere eletto e rieletto – dovrebbe coincidere con quello pubblico. Un po’ come in economia: gli imprenditori cercano il profitto privato e così facendo fanno crescere la produzione e l’occupazione.
In realtà, le cose non funzionano così, nè nell’economia e ancora meno nella politica. I difetti del sistema democratico – pur sempre il meno peggiore di tutti, va da sè – sono molti e gravi e non riguardano soltanto la possibile immoralità o incapacità dei politici. Anche un politico che avesse le migliori intenzioni di essere responsabile verso gli elettori dovrebbe misurarsi con il fatto che gli elettori sono disinformati, volubili, contraddittori: possono volere una cosa e il suo contrario, mutare rapidamente priorità e simpatie. E in questo, il ruolo dei media è ovviamente decisivo.
Non solo: nella società contemporanea le cose cambiano velocemente, eventi imprevedibili si succedono. E’ impossibile, anche per il migliore politico, mantenere invariato il suo programma e rispettare gli impegni presi. Gli elettori non sono affatto stupidi e lo sanno. Per questo non guardano solo ai programmi, ma alle persone: vogliono capire se di quel candidato si possono fidare, se in una situazione che richiede, ad esempio, tenacia, coraggio, saldo ancoraggio a valori, sarebbe in grado di guidare la barca.
Ecco allora dove pubblico e privato si congiungono. E perchè i comportamenti privati non possono essere trascurati: essi sono un segnale, spesso più veritiero di altri, del carattere del politico. Un’ indicazione di come quel politico si comporterebbe in situazioni che toccano gli interessi e i valori degli elettori. In altre parole, il pubblico è curioso non solo perchè è un po’ voyeur, ma perchè vuole sapere chi è davvero colui che lo governa. Infatti, Clinton rischiò l’impeachment non tanto per la riprovazione morale per la sua storia con la Lewinsky, quanto perchè, per nasconderla, mentì al paese. Cioè minò la sua credibilità come leader.
E qui si pone la questione delle relazioni sessuali segrete dei politici. In passato, erano coperte da una specie di omertà, frutto di perbenismo e rispetto sacrale dell’autorità: i beninformati sapevano ma tacevano; le notizie circolavano sotto forma di voci e di pettegolezzi. I quali non danneggiavano il leader anche perchè, nella società maschilista, alimentavano il mito del capo, quello che comanda, decide e conquista. Berlusconi è schiavo di questo mito, che vuole per di più comporre con quello del buon padre di famiglia (papi è un nick azzeccato per lui). Ed essendo un uomo per cui la tv è tutto, non può accontentarsi dei pettegolezzi: per questo, a differenza di altri leader del passato, ha abbandonato ogni riserbo e lancia continuamente segnali che ne accreditino la sua fama di conquistatore di donne.
Chi lo difende in nome della tutela della sua vita privata (e magari per lo stesso motivo attacca la moglie) non ha capito che è lui il primo a non volere il riserbo. Perchè il mito, nella società dei media, non tollera il riserbo.
La vicenda del divorzio da Veronica Lario non danneggerà Berlusconi nell’immediato; ne potrà compromettere la credibilità se e nella misura in cui gli italiani, anche a causa di essa, e per il declino del mito maschilista del capo, si faranno un’idea preoccupante della sua personalità, tale da abbattere la loro fiducia in lui come uomo di governo: la personalità di un uomo di esorbitante egocentrismo, per il quale l’immagine è tutto; che il successo e il consenso hanno convinto che può fare quello che vuole e poi riscrivere la storia andando da Vespa.
27/4/2009
IL NUOVO BERLUSCONI
Da che dipende questo ritorno prepotente di popolarità di Berlusconi, che non ha paragone col 2001, quando in pochi mesi dilapidò il capitale di consenso ottenuto con le elezioni? E’ solo un nuovo oscillare del pendolo tra destra e sinistra, il frutto della debolezza e degli errori degli avversari o del riconoscimento della sua perseveranza e della sua combattività?
Ho l’impressione che accanto a questi elementi ci sia in effetti qualcosa di nuovo: se ripercorriamo gli anni dal 1992 ad oggi ed il dibattito politico che li ha pervasi, possiamo trovare una chiave di lettura nel fatto che la classe dirigente italiana, di destra e di sinistra, a fronte delle vicende del 1989 – 1992, ha tentato una specie di “omologazione all’Europa”.
Con diversi approcci e stili di governo, sia Berlusconi, sia Prodi, D’Alema, Amato, Ciampi, Napolitano hanno inteso la transizione come il passaggio ad istituzioni, sia politiche che economiche, di un “paese normale”; intendendo per normale, europeo: bipolarismo, alternanza, riduzione del ruolo delleo Stato nell’economia, ecc.ecc.
Il primo Berlusconi era quello della modernizzazione liberale e la critica che la sinistra gli rivolgeva era quella di incoerenza: la contraddizione tra il suo programma e la sua stessa condizione di monopolista della TV privata, in un palese conflitto di interessi che nessun grande paese europeo avrebbe tollerato. Anche le sue gaffe erano oggetto di irrisione e gli editoriali dell’Economist stavano a mostrare la sua permanente incapacità di governare un paese “europeo”.
Per converso, la stagione politica migliore del centrosinistra fu proprio quella in cui esso parve capace di guidare il paese verso la normalità europea, simboleggiata dal traguardo della moneta unica. Una capacità presto contraddetta dal ritorno alla “anormalità” della frammentazione politica e dei condizionamenti massimalisti.
A me sembra che con le elezioni del 2008 le cose siano cambiate. Ciò è dipeso anche dalla crisi delle istituzioni europee e da quella dell’economia e della finanza; due vicende che hanno appannato il fascino dell’Europa e svilito l’obiettivo della normalità europea.
Per parte sua, Berlusconi ha smesso di cercare di europeizzare l’Italia – questa antica, un po’ illuministica e un po’ provinciale aspirazione di tanti politici ed intellettuali italiani – e ha deciso di giocare la carta dell’orgoglio di essere italiani. Italiani, proprio secondo gli stereotipi più consolidati, ma non infondati: generosi e inaffidabili, intraprendenti e caciaroni, ottimisti e millantatori, pronti a commuoversi per i poveri e gli emarginati, ma refrattari al dovere sociale di pagare le tasse.
L’anomalia italiana esaltata a identità da non nascondere, ma anzi da esibire nell’Europa vecchia e avvizzita della Regina Elisabetta che si lamenta per le urla del Cavaliere.
E l’Italia, stufa del suo complesso di inferiorità e di chi lo alimenta ricordandole sempre i suoi difetti, stanca del moralismo ipocrita di molti di sinistra che condannano gli imbrogli di Berluconi, ma spesso non sono da meno quando governano, si è riconosciuta in lui e gli si è affidata. Persa la fiducia nella classe politica, si sente rassicurata dal fatto che al governo ci sia uno che le rassomiglia. Con un di più di spregiudicatezza e forza di volontà che gli italiani sono sempre pronti ad invidiare, anche se non garantisce il buon governo.
Tanto, a rappresentare l’altra faccia della Repubblica, il vecchio ideale del senso civico e della responsabilità sociale, c’è Napolitano, che contiene, sorveglia, ma per fortuna non governa.
22/4/2009
RUTELLI E BERSANI
Dibattito sulle pagine di Europa tra Rutelli e Bersani sull’identità del PD, un anticipo del futuro congresso. Rutelli prende spunto da alcuni titoli del giornale per contestare l’identificazione del PD con la sinistra: noi siamo i democratici, scrive, non un partito di sinistra, casomai di centrosinistra, che raccoglie al suo interno il solido ceppo della sinistra riformista.
Bersani gli replica esaltando il valore e l’attualità della parola sinistra, a cui si richiamano molti filoni di pensiero – socialista, cattolico democratico e liberale -, il cui significato si riassume intorno agli eterni valori di libertà e giustizia (“la sinistra esiste in natura”).
Mi rimane difficile capire l’importanza e la novità di questa discussione. Infatti, fin dalla nascita il PD non si è mai definito un partito “di sinistra”, ma di centrosinistra; ad intendere in primo luogo che al suo interno si ritrovano persone ed esperienze che nella storia italiana non si sono collocate tutte nella sinistra – basti pensare a chi viene dalla DC o da altri partiti di centro – e in secondo luogo che esso non contiene a sua volta tutta la sinistra, perchè ce ne è un pezzo, quella che nel linguaggio politico corrente definiamo “sinistra radicale” che non ne fa parte. D’altra parte, in un sistema bipolare, in cui ci sono due partiti egemoni nei due lati dell’arena politica, è normale che si semplifichi con “destra” e “sinistra” i due schieramenti e i due partiti che li guidano. Normale semplificazione giornalistica e topografia politica; alla quale però bisogna stare attenti, avverte Rutelli, perchè è proprio Berlusconi che identifica PD con “sinistra”, con l’obiettivo di togliere credibilità ai democratici verso gli elettori moderati o di centro.
Detto questo, mi pare che la preoccupazione di Rutelli, che prende origine da titoli di giornale, sia eccessiva; allo stesso modo, la risposta di Bersani, che sfonda una porta aperta, richiamando la validità di valori di libertà, giustizia, laicità dello Stato, che certamente non collidono con la definizione del PD come partito di centrosinistra. Mentre per converso sarebbero stati considerati insufficienti come fondamento della propria identità da molti partiti della sinistra novecentesca italiana: a cominciare dal PCI e dallo stesso PSI.
Insomma, una schermaglia o un posizionamento precongressuale. Niente di più.
10.4.2009
LE DUE FACCE DEL PD
Ormai si può dire: quel 34% nelle elezioni politiche del 2008 era un grande risultato. Il PD doveva aggrapparsi a quello, tenere duro sulla linea prescelta, partire da lì per costruire il partito e per la traversata nel deserto fino alle prossime elezioni.
Ma la linea della vocazione maggioritaria era in realtà patrimonio di una ristretta minoranza. A livello nazionale soprattutto, ancora peggio a livello locale, dove i gruppi dirigenti si erano intruppati con Veltroni il 14 ottobre 2007 solo perchè era il vincitore designato. E l’operazione che aveva portato Veltroni al vertice del partito era stata ambigua, sostenuta da chi non condivideva la linea e addirittura da chi mandava avanti l’ex sindaco di Roma solo per farne il capro espiatorio di una probabilissima sconfitta alle elezioni. E che il giorno dopo ha cominciato a smantellare linea politica e segretario, riproponendo l’eterna vocazione oligarchica e proporzionalista della sinistra italiana. Sfruttando anche gli errori e le incertezze di Veltroni, di fronte ad un rilancio della leadership di Berlusconi che mostrava non tanto l’abilità dell’uomo, quanto il cambio di fase della politica italiana; una tappa, se non il punto di arrivo, della lunga, irrisolta, transizione iniziata nel 1992.
Subìta la sconfitta, accantonata l’unica linea che offra se non altro una prospettiva, ora il PD non sa dove andare. Ci sarà un congresso, ma intanto ci sono le elezioni europee e il bravo Franceschini farà quello che può.
Le vicende anconetane e marchigiane sono l’immagine sintetica di questo partito irrisolto. Un PD a due facce: ad Ancona fa le primarie, con la vivacità di una competizione ma anche tutti i limiti di un partito impreparato a questa innovazione che ne cambia in profondità la forma.
A livello regionale, una scena opposta: l’assemblea regionale del PD – senza alcuna consultazione e alcun dibattito politico sull’Europa e l’appuntamento elettorale – “nomina” il Presidente della Provincia di Pesaro- Urbino candidato unico delle Marche al Parlamento europeo. Una candidatura, sia detto col massimo rispetto, che non ha alcuna giustificazione nelle attitudini nè nelle competenze del candidato, se non quella di garantirgli un gratificante fine carriera.
23.03.2009
FINI SEPPELLISCE AN
Ultimo congresso di AN. Prevedibili psicodrammi sulla fine del partito e la sua fusione con Forza Italia. Proclami sulla difesa della propria identità che vivrà anche dopo la morte, lacrime. Ma a gelare tutti ci pensa Fini col suo discorso conclusivo: neanche un epitaffio, una lode funebre, il leader di AN seppellisce definitivamente il partito senza guardarsi indietro neanche per un momento. E la platea lo ascolta attonita, con rari, deboli applausi.
Comincia facendo un confronto con l’altro protagonista del bipolarismo italiano, il PD, del quale parla con molto rispetto: il PD, dice, perde non perchè è debole sul piano organizzativo o del consenso, ma perchè non ha punti di riferimento europei, mentre noi abbiamo il PPE. Di qui, l’elencazione di un insieme di valori di riferimento che guideranno il PDL, che assai poco, per non dire niente, hanno a che fare con AN, la sua storia e le sua tradizioni, o con le posizioni che attualmente sostiene nel dibattito politico e parlamentare: la centralità della persona umana e della sua libertà contro le prevaricazioni dello Stato, la sussidiarietà verticale e orizzontale, la laicità dello Stato (la fede come fatto privato, un’affermazione che ormai scandalizza molti perfino a sinistra), l’economia sociale di mercato. E poi la sfida della società multietnica e multireligiosa, l’importanza del Parlamento che non può essere considerato un ingombro. A metà tra il repubblicanesimo laico di Sarkozy e il solidarismo temperato della Merkel. Più a sinistra di Tremonti col suo “Dio, patria e famiglia” (niente su Dio, niente sulla famiglia e poco niente sulla patria, se non quella europea), ma anche di Casini. Per non dire di Bossi, che viene relegato all’estrema destra. Sferzante coi suoi: a Gasparri che aveva parlato di “legge ed ordine” risponde che lo slogan non ha niente a che fare con l’ordine delle caserme, ma con quello delle libertà tutelate e dei doveri consapevolmente assunti.
L’impressione non è però di un traguardo raggiunto dopo una sofferta esperienza storica e una profonda riflessione collettiva: no, piuttosto di un insieme di ovvietà su cui non si può, almeno a parole, non concordare, che per certi aspetti accomunano destra e sinistra quando il dibattito rimane al livello dei grandi principi. Non che Fini sia in malafede, no, piuttosto ripete cose in cui credono tutti, come se i valori fosero una cosa e la politica concreta un’altra.
Polemizza col “pensiero unico” e tutti intendono che la polemica è con Berlusconi. Ma quello che propone è proprio il pensiero unico del momento, declinato senza originalità e spessore. Un pensiero, come dice Sabatucci nel suo post “Il mestiere del delfino”, ecumenico e in fondo irrilevante, anche se non può essere considerato un risultato da poco che si abbandonino per sempre vecchi sterotipi degli eredi del MSI.
Ma, al riparo di questo scudo di buoni principi, quello che succederà è che Berlusconi continuerà a fare quello che vuole, contando sull’appoggio dei tanti elettori di AN che alle ovvietà di Fini preferiscono l’ aggressività del Cavaliere contro “i comunisti” e il Parlamento che ritarda gli interventi, o che, strumentalmente o meno, sposa le posizioni più retrive di Ratzinger. Insomma, AN scompare come valori – e non saremo certo noi a dolercene – ma senza lasciare tracce, se non le sezioni sparse per l’Italia e i tanti notabili in lotta con quelli di Forza Italia per le posizioni di potere.
Il discorso di Fini scorre come acqua sulla pietra e non riesce a fornire al PDL una base politica e culturale diversa dal berlusconismo: anzi, nell’oblio dei valori tradizionali della destra, ai militanti di AN non resta che Berlusconi.
15.03.2009
MA BERLUSCONI NON HA TUTTI I TORTI
Ho già scritto nell’antelitteram “Un uomo solo al comando” che Berlusconi ha una visione della democrazia come il governo di un uomo solo, senza contrappesi, che viene eletto ogni cinque anni dal popolo e fino alla successiva elezione – controllando tutte le cariche, oltre che la maggioranza parlamentare e la Corte costituzionale, e magari anche gran parte dei media – fa sostanzialmente quello che vuole. Questa è l’essenza del populismo, tipico dei regimi sudamericani degli anni 50. Poichè capisce di non avere la forza per imporre questi cambiamenti nella Costituzione, o nella sua interpretazione – anche Fini gli si oppone – si limita per ora a mandare messaggi martellanti: dal voto per delega, per cui le sedute della Camera e del Senato potrebbero farsi intorno ad un tavolo, all’affermazione che il Capo dello Stato non può esercitare alcun controllo sui decreti, ma ha solo il dovere di firmarli.
Intendiamoci, la questione dei decreti è delicata: afferma lo stesso Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, che il potere di emanare decreti è del Governo; il Capo dello Stato può interloquire, ma di fronte ad un’insistenza del Governo, non potrebbe non firmarli, lasciando al Parlamento e alla Corte il controllo sulla loro costituzionalità, compresa l’esistenza dei requisiti di necessità e di urgenza che la Costituzione considera necessari per emanarli. E Onida non è certo uno del PDL.
In altre parole, secondo il presidente emerito, si dovrebbe applicare ai decreti la stessa disciplina delle leggi ordinarie, che il Capo dello Stato può rinviare al Parlamento, ma che se vengono riapprovate dalla camere non possono essere ulteriormente bloccate dal Presidente della Repubblica.
Per sostenere il suo diritto a governare per decreto, il Cavaliere fa l’esempio del provvedimento sull’edilizia di cui si parla in questi giorni: “come può stimolare l’economia se ci vuole un anno per l’approvazione?” A questa argomentazione si può opporre che il PDL ha un’ampia maggioranza ed esistono gli strumenti regolamentari per accelerare i lavori: se non li usa, vuole dire che c’è un dissenso nascosto che si esprime ritardando i lavori. In altre parole, con i decreti il Governo vuole forzare la sua maggioranza. Inoltre, si può rispondere che l’urgenza può essere un pretesto – e in questo caso lo sarebbe senza dubbio – per approvare nuove discipline in materia delicata, di fatto spostando il potere legislativo dal Parlamento al Governo.
Tutto vero e tutto giusto: governare per decreto è un’aberrazione, che tra l’altro produce un arrembaggio ai decreti da parte dei parlamentari per introdurvi ogni genere di norma che considerano urgente o che comunque vogliono attaccare ai decreti come dei vagoni al treno che passa. Ma c’è un elemento di verità, solo uno, in quello che dice Berlusconi: i tempi della discussione della approvazione dei provvedimenti sono incompatibili con un’attività tempestiva e razionale del Governo, quale che sia. Se ci aggiungiamo il bicameralismo, il numero dei parlamentari, la complessità e oscurità delle norme e la furia legislativa di governi e parlamentari, convinti che per ogni problema che si pone si debba dare una risposta in termini di legge, si deve riconoscere che, a prescindere dalle pulsioni autoritarie del premier, il problema della legislazione si pone e richiederebbe una riforma coordinata, sia delle norme costituzionali, che di quelle regolamentari. Per garantire un efficace potere di indirizzo e controllo al Parlamento e la possibilità per chi governa di realizzare il suo programma legislativo.
Più che le marce a difesa della Costituzione, servirebbe l’impegno comune di maggioranza e opposizione su questa riforma.
23.02.2009
PERCHE’ VELTRONI HA FALLITO.
Dopo qualche giorno di riflessione, provo a rispondere agli interrogativi del post “Dopo Veltroni”. Perchè il dimissionario segretario del PD ha fallito? Progetto impossibile, sua interpretazione sbagliata o difetto di manico?
Ha dichiarato ieri Giorgio Tonini, stretto collaboratore di Veltroni: “Veltroni è l’unico ex DS che quelli della Margherita potevano votare”.
Questo per la verità sembra un epitaffio sul PD, perchè il partito non può reggere su una preventiva esclusione di una sua parte dalla carica di vertice. E’ però vero che Veltroni apparve, al momento della sua elezione, come il più credibile interprete del progetto del nuovo partito, capace di sucitare un consenso transpartitico, e anche al di fuori dei partiti fondatori.
Questo dipende dal fatto che il nuovo partito doveva essere appunto nuovo, non la somma dei partiti progenitori e non poteva immaginarsi come un semplice partito socialdemocratico che conglobava una componente minoritaria cattolico democratica, nè un partito “cattocomunista”, ad indicare una sua ascendenza dalla stagione del compromesso storico.
Le suggestioni “americane” di Veltroni non erano dunque delle forzature personali, ma derivavano dalla convinzione che il nuovo partito poteva reggere e svilupparsi solo in una forma inedita rispetto alla tradizione italiana: leadership forte, pluralismo competitivo (primarie) e non cristallizzato nelle correnti. Non una sintesi ideologica tra due storie, nè “il partito della prima repubblica”, come tante volte appare quando è costretto a difendere la Costituzione da Berlusconi mandando in piazza Scalfaro, ma un partito che, non potendo avere il cemento dell’ideologia e della storia, lo ricercava nelle regole, nel progetto e nella leadership.
Per questo, non penso affatto che la risposta Bersani-D’Alema sia quella giusta, perchè il loro è il tentativo di offrire sicurezze alla base ex DS, ritrovandole nella tradizione PCI-PDS-DS: ancoraggio al PSE e alla CGIL, sezioni, organi dirigenti e correnti, sistema politico proporzionale e alleanze col centro, centralità del Parlamento, diffidenza verso il federalismo e verso un welfare nuovo. Al punto che se la risposta fosse la loro, non si capirebbe davvero perchè si è fatto il PD e in che consisterebbe la sua novità.
La linea – l’unica possibile, se no c’è il ritorno nelle rispettive case – rimane dunque quella del discorso del Lingotto. Si tratta di vedere quali sono stati gli errori e i limiti della gestione Veltroni. Molti per la verità: nel 2007 Veltroni appariva un avversario competitivo di Berlusconi, magari un po’ troppo ecumenico, ma culturalmente forte e capace di una buona comunicazione: ha mostrato invece limiti di decisione, errori di comunicazione e, già in campagna elettorale, una debolezza nel proporre una “visione” alternativa a quella di Tremonti – Dio patria, famiglia, protezionismo e pugno duro coi criminali e gli immigrati. A sua scusante, il peso di un’oligarchia che dapprima lo ha scelto per condizionarlo e poi, dopo la sconfitta elettorale, ha apertamente lavorato per rovesciarlo o minacciato di separarsi. Veltroni ha sbagliato ad accettare all’inzio la tutela degli oligarchi e poi, dopo le elezioni, a non chiedere subito un chiarimento congressuale. Ha oscillato tra il coraggio di correre il rischio di una battaglia aperta e i vecchi riti, che lui ben conosce, degli accordi tra capi in un partito a forma paternalistica.
Di più, visto che il partito era e doveva essere nuovo, ha trascurato il tema fondamentale della sua forma organizzativa e delle sue regole di vita interne, dando spesso l’impressione di volere governare “per decreto”, senza peraltro avere la forza di farlo. E per quanto questo sia stato un difetto comune a tutto il gruppo dirigente, abituato a considerare la base come l’intendenza che alla fine segue sempre, non c’è dubbio che questo limite vada addebitato prevalentemente a lui, visto che della forma nuova del partito doveva essere il promotore e il sostenitore.
Va detto che ha incontrato anche ostacoli davvero ardui: da un sistema politico che sembra refrattario all’innovazione, ad un interlocutore sul versante destro che non ha collaborato alla fondazione di un bipolarismo forte, ad una gerarchia ecclesiastica che fa di tutto per approfondire il solco tra laici e cattolici, rendendone difficile la convivenza in un partito.
La mia risposta è dunque questa: la linea, l’unica possibile, tuttaltro che facile, è quella del Lingotto. A condizione che si correggano limiti ed errori, sia di Veltroni che del gruppo dirigente del partito nel suo complesso. Il quale dovrebbe assumere un ruolo del tutto diverso rispetto a quello che ha svolto: il ruolo del costituente e del guardiano, di chi con l’autorevolezza che gli deriva dalla sua storia, stringe un patto di ferro sulle regole e i principi fondanti del partito, lasciando la gestione ad una nuova generazione.
7.02.2009
UN UOMO SOLO AL COMANDO
Berlusconi alza il livello dello scontro, mette fine ad una cordiale coabitazione con Napolitano, lo attacca direttamente e mette in discussione l’equilibrio dei poteri delineato dalla Costituzione: rivendicare per il Capo del Governo il diritto di emanare decreti che possono entrare direttamente in vigore senza vaglio del Presidente della Repubblica e solo con quello successivo del Parlamento, dominato dalla sua maggioranza, equivale infatti a modificare l’equilibrio dei poteri costituzionali e aprire la strada ad una diversa forma di governo. Non a caso, Berlusconi coglie il momento per criticare la carta costituzionale perchè invecchiata e figlia di un compromesso con i filosovietici (allusione al Capo dello Stato).
Certo non un’uscita estemporanea, probabilmente covata da tempo, per la quale si è scelto il momento e l’occasione di una vicenda, quella di Eluana, che tocca la sensibilità e suscita la commozione di tanti.
Ma ci sono altre motivazioni: il rafforzamento dell’intesa con le gerarchie vaticane, sempre più invadenti sull’attività legislativa – un alto prelato è arrivato a dire che quelli di Napolitano sono “formalismi” -, l’avvicinarsi delle elezioni europee e regionali in Sardegna, la volontà di ricompattare intorno a sè una maggioranza che cominciava a disarticolarsi, e quella di fare dimenticare l’asprezza della crisi economica e la debole strategia del Governo per affrontarla.
Un uomo solo al comando e difesa della vita sono i due messagi semplificati che manda agli italiani con consumata abilità di comunicazione.
Da segnalare il rapporto con il Vaticano che riproduce lo schema nel quale, mutatis mutandis, rimasero impligliati Mussolini e Pio XI, che videro entrambi nel Concordato lo strumento per usare l’interlocutore ai propri fini. Con le conseguenze che conosciamo.
18.01.2009
UN LEADER DEBOLE
“Veltroni ha pieni poteri, li eserciti”, dice, anzi intima Francesco Rutelli, “nè io nè Piero Fassino abbiamo avuto la legittimazione e i poteri che ha lui”. Per quanto l’intimazione possa sembrare un po’ ambigua, come di chi si prepari a dare a Veltroni tutte le responsabilità di future sconfitte, non è infondata: votato da più di 3 milioni di persone, con organismi proposti da lui e un assemblea che, essendo costituita da più di 2000 persone, di fatto non può esercitare alcun potere, a Veltroni non dovrebbero mancare gli strumenti per essere leader. Può darsi, naturalmente, che abbia ragione D’Alema, uno o è leader o non lo è, sottointendendo che al segretario del PD mancano le doti per esserlo, ma fermarsi qui vorrebbe dire andare incontro ad altri errori in futuro.
In che consistono questi ampi poteri di cui dispone Veltroni? O meglio di quali poteri dovrebbe disporre un leader nella politica di oggi, senza debordare nel cesarismo, ma senza scadere nella paralisi decisionale e nella confusione dell’immagine? Questo è un tema decisivo che non è stato seriamente affrontato nel momento della redazione e approvazione dello statuto del PD e ora se ne pagano le conseguenze. Tre sono gli aspetti fondamentali: il controllo dei gruppi parlamentari, quello della comunicazione, quello dell’organizzazione periferica del partito. Senza soluzioni valide su questi punti, nessun leader può essere veramente tale, a meno di non supplire con un di più di carisma o di potere personale (televisioni, soldi, totale controllo delle candidature e dei dirigenti locali, insomma Berlusconi).
Sui gruppi parlamentari, occorre trovare un difficile equilibrio tra partecipazione popolare alla scelta dei candidati e disciplina dei gruppi, perchè nessun capo può governare un partito, anzi nessun partito può esistere se non si esprime in modo coerente nelle assemblee elettive. Il caso Villari e altri casi dimostrano che questo controllo non c’è. D’altra parte, non è accettabile che il controllo dei gruppi comporti la “nomina” degli eletti, come avviene con l’attuale legge elettorale.
Sulla comunicazione, Veltroni, che passava per un grande comunicatore, è invece soprendentemente debole: questo dipende però anche dal fatto che le voci che provengono dai dirigenti sono molte e discordanti e i media danno ad esse lo stesso peso che a quella del leader, producendo una cacofonia. Naturalmente questo problema si combina col primo: le voci degli altri leader sono importanti perchè, implicitamente o esplicitamente qualche volta, di fatto minacciano il dissenso pubblico, la dissociazione, la separazione e quindi rendono non credibile la voce del leader.
Infine, l’organizzazione locale. Qui la contraddizione è evidente: da un lato si è data ai dirigenti locali legittimazione forte col voto popolare, un errore, ormai lo possiamo dire, perchè si è trattato di una finzione: i dirigenti locali si sono aggregati al carro di Veltroni al momento delle primarie e hanno avuto un potere spropositato, senza organi di direzione e di controllo degni di questo nome, che manifestamente non sono capaci di esercitare, ma che usano per rafforzarsi sul piano personale. D’altra parte, Veltroni, cerca dirigenti locali fedeli per avere seguito nell’attuazione della sua linea, il che entra in contrasto con la forma “federale” che si dice di volere dare al partito.
Insomma, è vero che la leadership di Veltroni è debole, per caratteristiche sue, per la sconfitta elettorale e per le oggettive difficoltà che ha dovuto incontrare, ma è anche vero che essere leader non sarebbe e non sarà facile per nessuno se non si supera la confusione che permane sulla “forma” del PD.
5.01.2009
BERLINGUER AVEVA TORTO
Il dibattito che si è aperto sul post “Etica e politica” è molto interessante e potenzialmente vastissimo. Lo sviluppo in una sola direzione, che ha un interesse storico, quella della famosa intervista di Berlinguer a Scalfari del 1981 sulla “questione morale”, spesso citata come esempio della preveggenza del segretario del PCI. In realtà, a parte le frasi spesso citate che non sono davvero nuove nella pubblicistica di destra e di sinistra – e non lo erano neanche allora – , quella di Berlinguer è un’intervista tutt’altro che illuminante, anzi proprio fuorviante. In primo luogo, si espone alla critica di ipocrisia. Fino a poco tempo prima il PCI era stato alleato della DC e del PSI nei governi di solidarietà nazionale: possibile che quella degenerazione che Berlinguer denuncia con tanta forza negli altri partiti non ci fosse già allora? Come si sfugge all’impressione che si tratti di una ritorsione per la rottura di quell’alleanza e la ripresa di quella tra DC e PSI ad excludendum del PCI? Tanto più che anche il PCI aveva qualcosa da farsi rimproverare, che Berlinguer al momento tace ma che pochi anni dopo Gianni Cervetti rivelò nel libro “L’oro di Mosca”, vale a dire i finanziamenti del PCUS al PCI fino al 1979. La verità e che il PCI è stato sempre un partito “machiavellico”, più che disponibile a perdonare finanziamenti illeciti e altre pratiche illegali se la strategia politica era, a suo parere, quella giusta.Ma c’è di più, l’analisi di Berlinguer sull’invadenza della politica nell’economia e nell’amministrazione come causa della degenerazione, è singolarmente unilaterale, cioè non coglie per nulla che quella invadenza era perfettamente coerente con la visione del PCI sul rapporto tra politica e società civile: il sistema di potere che il PCI instaurava – e che tuttora sopravvive laddove i suoi eredi sono maggioranza – anche quando rifuggiva da comportamenti illegali, e non sempre accadeva, tendeva ad essere penetrante e talvolta soffocante e a subordinare tutto al partito. Ne consegue che l’intervista è muta sul problema delle riforme necessarie per stabilire un confine chiaro tra politica, economia e amministrazione; si risolve in un appello moralistico e in una rivendicazione di diversità per il PCI, la cui partecipazione al governo viene presentata come la condizione necessaria e sufficiente per la moralizzazione.E la diversità del PCI è motivata dal suo segretario con un argomento che oggi fa sorridere e che proprio per questo non viene mai citato dai sostenitori della beatificazione di Berlinguer: il PCI è diverso perché, a differenza degli altri – e qui la polemica e soprattutto con il PSI – non ha abbandonato l’obiettivo del superamento del capitalismo. In altre parole, la causa di fondo dell’immoralità è il capitalismo: chi non lo combatte e non lo vuole superare inevitabilmente si corrompe; solo il PCI può mondare da questa corruzione. Pajetta commentò: “eravamo per il materialismo storico, ora siamo al moralismo storico”.Mancavano solo otto anni alla caduta del muro di Berlino.
28.12.2008
IL LIBRO DELL’ANNO
Il libro dell’anno è “La paura e la speranza” di Giulio Tremonti. Non perché sia un bel libro, ma perché è importante.Non è vero che Tremonti avesse previsto la crisi, intanto perché la crisi era già iniziata nell’estate 2007, prima della pubblicazione del libro, in secondo luogo perché né quando era stato ministro dell’Economia nel precedente Governo Berlusconi, né nei primi mesi del nuovo governo ha fatto nulla, a livello nazionale o internazionale, per mettere in guardia, prevenire o preparare contromisure.Lo scopo del libro, per questo è importante, è invece quello di definire la nuova ideologia della destra al governo. Basata appunto sulla paura e il conseguente desiderio di sicurezza degli italiani: paura per l’immigrazione e il meticciato etnico e culturale; paura per la globalizzazione commerciale e l’invasione delle merci cinesi; paura per l’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime, l’aumento demografico e la compromissione ambientale; paura per gli squilibri finanziari e i loro riflessi sul risparmio.Sulla paura fonda le sue parole d’ordine: “Dio, patria e famiglia”, lo slogan di tutti i conservatori da due secoli a questa parte, attraverso il quale cerca un contatto con le tesi dei teocon e i sostenitori dell’identità cristiana dell’Europa; “protezionismo” e “lotta al mercatismo”, che gli servono per affermare un ambiguo “ritorno della politica”, che poi significa l’intesa della destra coi poteri forti in nome della loro protezione, imbellettata da qualche misura popolare o demagogica – dalla Robin Hood tax, alla social card – per farla apparire digeribile ai ceti colpiti ieri dalla minaccia dell’inflazione, oggi dalla depressione. Con un’aggiunta di nazionalismo, rappresentata dalla polemica con l’Unione europea e l’euro, una polemica che ha poi abbandonato nel momento in cui è apparso chiaro che senza l’Europa l’Italia sarebbe indifesa.La nuova ideologia della destra al governo sostituisce la vecchia, liberista e modernizzante, ispirata da Berlusconi stesso: ricordate le tre i”, impresa, internet, inglese? Oggi siamo a “Dio patria e famiglia” e alla politica che riassume il controllo su mercato e tecnici (la polemica con Draghi): alle banche si offre il salvataggio, alla Confindustria sgravi e protezione, al Vaticano pieno consenso sulle questioni etiche, dall’eutanasia alle unioni civili. Oggi la destra è Tremonti non Berlusconi e il capo del Governo è sempre più l’uomo immagine, lo show man che con la sua capacità comunicativa veicola l’ideologia del Ministro dell’Economia.
21.12.2008
INNOVARE O PERIRE
Innovare o perire, così i giornali hanno sintetizzato nei titoli la relazione di Veltroni alla Direzione del PD.D’Alema e altri hanno replicato che l’innovazione è spesso una parola vuota e criticato il “nuovismo”.Veltroni ha replicato ancora sottolineando che da che il PD è nato ha lanciato innovazioni vere, magari sbagliate o comunque discutibili, ma non vuote. Basta pensare alle primarie o alla vocazione maggioritaria; senza contare molte altre proposte in materia economica o istituzionale, diverse e nuove rispetto a quelle dei partiti progenitori o alla tradizione della sinistra. E che se c’è il rischio del “nuovismo”, secondo cui il cambiamento è sempre positivo, c’è anche quello, forse più pericoloso, del conservatorismo: vale a dire, di fronte alle difficoltà del presente ricorrere alle sicurezze del passato. Ci riempiamo continuamente la bocca di svolte epocali, di cambiamenti radicali in atto nell’economia e nella società, e poi se si parla di noi, del nostro rapporto con la società e le istituzioni, si è capaci solo di riproporre le ricette del passato, per rassicurare militanti e dirigenti spaventati dall’esigenza di fare i conti col nuovo.Si veda la vicenda deplorevole del “rimpasto” di cui si sta discutendo nella Giunta regionale. Ma come non si vede che l’innovazione di cui il PD deve farsi portatore esclude, rigetta addirittura, i metodi spartitori che si stanno seguendo e addirittura teorizzando per modificare l’assetto della Giunta? Come è possibile che Spacca e Giannini e gli altri non si rendano conto che la nascita di un partito nuovo si giustifica solo se contesta alla radice questi metodi che contraddicono tutto quello che andiamo dicendo sul rinnovamento della politica? Dieci anni di preparazione, poi un anno di fase costituente, con le sue difficoltà, i suoi entusiasmi, per poi proporre ai nostri elettori e all’opinione pubblica lo spettacolo miserevole del manuale Cencelli, applicato e rinnovato, anzi peggiorato e reso ancora più becero e grottesco.No, non è questa la strada.
7.12.2008
PD MARCHE, SI APRE LA CRISI
Alla fine il problema Giannini è scoppiato (vedi il post “Il problema Giannini” del 5 settembre). E’ successo a Grottammare in una riunione dei maggiori esponenti del PD marchigiano – non c’è altro modo di definirla, visto che ad un anno dall’elezione della segretaria regionale non esiste ancora un organo dirigente del partito, a parte l’assemblea di 300 componenti che si riunisce ogni morte di papa – convocata alla presenza dell’inviato da Roma per discutere la questione spinosa delle elezioni provinciali di Ascoli Piceno, dove si va ad una rottura con RC sulla mancata ricandidatura di Massimo Rossi alla presidenza della Provincia, che potrebbe aver conseguenze non solo elettorali, ma destabilizzanti sulla maggioranza della Regione.Difficile immaginare une gestione della vicenda più deplorevole: che ci sarebbero stati contraccolpi alla maniera brutale come Agostini ha preteso la defenestrazione di Rossi non era difficile prevedere. Delle critiche si è fatto interprete Massimo Vannucci, che pure propose la Giannini segretaria l’anno scorso (ma ora si è pentito), una candidatura che fu poi fatta propria dalla triade (Agostini, Ucchielli, Silenzi) che controllava i DS con l’assenso di Spacca. Ma ora l’intesa con Spacca, preoccupato per la tenuta della maggioranza regionale, si è incrinata, la Giannini ha dimostrato di non avere autonomia rispetto al suo sponsor Agostini, mentre i pesaresi, a parte Vannucci, tacciono, ma non sono insensibili alle pressioni che vengono da Roma per non rompere la coalizione con gli alleati.Non ci si è resi conto che le nuove regole per la scelta delle candidature (primarie di partito e/o di coalizione) richiedevano una gestione accorta, della quale la Giannini si è dimostrata incapace. Le primarie sono uno strumento nuovo e delicato.Bisognava coinvolgere gli alleati fin dal primo momento e avere un indirizzo uniforme nella quattro province in cui si vota: invece ha avuto buon gioco RC a sostenere che mentre a Pesaro e Macerata, dove si candidano Ricci e Silenzi del PD, ci si guarda bene dal fare primarie, le si fanno ad Ascoli come strumento per non riconfermare Rossi.Bisognava mettere nello statuto regionale – che ancora non c’è – o in un regolamento una procedura per le primarie di coalizione – programma e invito agli alleati – da seguire uniformemente nelle quattro province, e, solo nel caso di rifiuto, promuovere le primarie di partito, senza dare a queste il significato di una delegittimazione degli alleati.Ma i dirigenti del PD marchigiano non sono capaci di muoversi in questo modo, per il semplice motivo che concepiscono le primarie solo come una variante dei vecchi metodi, secondo i quali si risolvono le questioni nelle segreterie e si ricorre alle primarie solo per regolare i conti che non tornano. Ora la Giannini è sotto accusa e non ha quasi niente da vantare al suo attivo: a più di un anno dalla sua elezione, non c’è uno statuto, non c’è un programma né un organo direttivo: per mesi è stata subalterna a Spacca e alla triade, ma alla prima prova impegnativa ha mancato clamorosamente. Verrà riconfermata nel congresso regionale del 2009?
10.11.2008
PRIMARIE NELLE MARCHE, UN PRIMO BILANCIO
Nelle Marche, si sono svolte diverse elezioni primarie del PD per le elezioni amministrative del 2009. Possiamo provare a trarre un primo bilancio.Elezioni provinciali, si vota in 4 province:a Pesaro, il gruppo dirigente del PD ha fatto finta di volerle, in realtà ha predisposto le cose in modo tale che non si facessero e per spianare la strada al candidato ufficiale, il segretario del PD Matteo Ricci, che sta già girando la provincia in campagna elettorale. La sua candidatura è stata lanciata ancora prima di discutere alleanze e regole, si sono raccolte le firme di quasi tutti i dirigenti; Ricci ha detto di essere a favore di primarie di coalizione, ma quando è stato preso sul serio ed è scesa in campo una esponente della Sinistra democratica, si è fatto in modo di dirgli di no e di farglielo dire anche dagli altri partiti, potenziali alleati.A Macerata non si faranno, per mancanza di sfidanti al presidente uscente Silenzi. Può darsi che sarebbe successo in ogni caso, ma è un fatto che le regole fissate nello statuto nazionale, e che quello regionale rischia di aggravare, rendono un’ impresa quasi impossibile sfidare un presidente uscente: nessuno che non sia un dirigente o amministratore già affermato può raccogliere le firme necessarie per candidarsi.A Fermo, battaglia tra Offidani e Cesaroni, vinta dal primo col 54% dei voti; si pone ora il problema di eventuali primarie di coalizione, visto che ci sono in campo altri due candidati, Cesetti, sostenuto dai Verdi e da RC, e Saccuti, indicato dall’IDV.Ad Ascoli, primarie fortemente volute dal gruppo dirigente del PD, che ha deciso di non confermare il presidente uscente Rossi di RC: ha vinto largamente Mandozzi, vice di Rossi nella giunta uscente.Per le comunali, primarie a Fano, vinte da Valentini, a Osimo, che si terranno prossimamente – in competizione tre candidati – ad Ascoli, vinte da Canzian. Ad Urbino non si terranno, conferma per il sindaco uscente Corbucci.Che indicazioni trarre?In primo luogo, lo strumento piace e coinvolge molti elettori. Di più, dove c’è una tradizione di pluralismo e anche di conflitti, meno dove la presa degli apparati è più forte. In questi casi ci si fa forti delle ambiguità e dei limiti delle regole per evitarle dove è possibile, per pilotarle in altri casi. Emergono due interpretazioni delle primarie: la prima, gradita agli apparati, si fanno solo se c’è un conflitto altrimenti non risolvibile all’interno dei gruppi dirigenti; la seconda, ancora minoritaria, sono lo strumento ordinario per la selezione delle candidature.In secondo luogo, laddove si fanno, prevalgono dirigenti o amministratori affermati e sostenuti da parti importanti dei gruppi dirigenti. In particolare, le primarie provinciali di Fermo e Ascoli mostrano la maggiore partecipazione nei comuni fortemente presidiati dal partito (la zona calzaturiera, la vallata del Tronto). C’è ancora poco spazio per gli outsider – di più nei comuni, di meno nelle province - anche perché i modi e i tempi delle campagne elettorali non li favoriscono e andranno disciplinati meglio.Le regole statutarie e regolamentari sono troppo restrittive e in parte ambigue: vanno definite meglio le procedure e in particolare affrontato il problema del rapporto tra primarie di coalizione e primarie di partito.C’è una contraddizione potenzialmente distruttiva tra una logica di spartizione delle candidature tra i partiti alleati e quella della scelta da parte degli elettori: come si dipanerà, a questo proposito, la questione delle candidature nelle quattro province che vanno al voto? Tutti candidati del PD o spartizione con gli alleati? E in questo secondo caso, come si dirà di no a quelli che sono stati scelti attraverso le primarie di partito? Che si dica di no a Ricci è naturalmente fuori discussione.
23.11.2008
VELTRONI VS. D’ALEMA
Ci siamo tornati più volte, e dovremo farlo ancora: l’annoso contrasto tra Veltroni e D’Alema per la leadership, ieri dei DS e oggi del PD. Comincia a stufare e anche a suscitare qualche sintomo di rigetto, quando prende la piega deplorevole che è stata mostrata dalla vicenda del pizzino del sen. Latorre al vicepresidente del gruppo PDL Bocchino. A proposito del quale, oggi sulla stampa Latorre chiede scusa, dice che D’Alema lo ha rimproverato aspramente – probabilmente per essersi fatto scoprire – e grida allo stalinismo per le critiche che lo hanno investito. Ma non chiarisce se nell’elezione di Villari ci fosse il suo zampino.A parte questo, forse è il caso di ricapitolare le differenze tra i due sul piano politico, anche per non dare l’idea che si tratti solo di una questione di potere.In realtà, si confrontano due concezioni diverse del nuovo partito e del sistema politico in cui esso sarà chiamato ad operare. Quella di Veltroni si riferisce non tanto al modello americano (come dicono i suoi critici), quanto a una sintesi – inedita e quindi più difficile – tra modelli europei di partito e modello americano: nel progetto del PD ci sono gli iscritti, i circoli, un segretario con ampi poteri, ma ci sono anche le primarie (modello USA), il governo ombra (modello UK), la vocazione maggioritaria, la preminenza del programma sulle alleanze. Un bipolarismo che tende al bipartitismo e che si scontra non solo con la storia della politica italiana, ma anche con l’attuale assetto delle norme costituzionale ed elettorali, oltre che con la difficoltà di instaurare con Berlusconi un rapporto di competizione e di reciproca legittimazione.Il modello dalemiano è più “realistico”, o se si vuole più conservatore, perché considera sostanzialmente immodificabili alcune caratteristiche consolidate dei partiti – la collegialità, le correnti, il primato dei gruppi dirigenti – e del sistema politico – parlamentarismo, sistema delle alleanze e sua prevalenza sui programmi. Il suo limite è appunto la conformità con la tradizione, quasi che non ci sia una crisi nei rapporti tra partiti, istituzioni e società. D’Alema fa leva sui timori delle innovazioni, sulla confusione dell fase costituente del PD, che addebita a Veltroni, sugli errori e le incertezze che indubbiamente il segretario ha mostrato.Ci vuole un congresso per sciogliere questi nodi, che evidentemente non sono stati sciolti finora. Sui tempi del congresso si confrontano le tattiche: i dalemiani vogliono aspettare l’autunno del 2009, forse per cogliere Veltroni più debole di quanto non sia oggi, i collaboratori di Veltroni lo spingono ad un chiarimento il più presto possibile.E chi sarebbe il candidato di D’Alema, che per sé ritaglierebbe ancora una volta il ruolo di king-maker? Bersani, che con la sua bonomia emiliana non è stato finora davvero competitivo come ministro ombra dell’economia col suo dirimpettaio Tremonti? Il “giovane Letta”, capace, equilibrato, ma così tanto democristiano? O il “giovane Cuperlo”, tipico prodotto della batteria di Botteghe Oscure, uno di quelli che ha frequentato il vertice PDS fin dall’adolescenza?
09.11.2008
ITALIANI/EUROPEI
L’Italia ha avuto sempre il problema di farsi accettare: per la giovane età dello stato, rispetto a più antichi e blasonati, per la guerra persa, per alcune tare che impressionano all’estero (criminalità organizzata, clientelismo). E ha avuto anche il problema di fare dimenticare un’immagine stereotipata, quella per intendersi fatta di pulcinella e mandolino, pizza, bel canto e poca voglia di lavorare, appena riverniciata dalla popolarità della Ferrari o del made in Italy; e affermare invece nel mondo l’immagine di un paese evoluto sul piano dei diritti e dei servizi e avanzato sul piano economico e tecnologico.Quando qualche leader italiano propone l’obiettivo del “paese normale”, in realtà intende un paese più simile agli altri europei, che faccia dimenticare tare e stereotipi.Gli anni recenti possono essere letti come una continua battaglia tra chi ha perseguito l’obiettivo del paese normale – qualche volta anche con qualche eccesso di esterofilia e di autoflagellazione – e chi, in modo più o meno consapevole, ha riproposto la vecchia “macchietta” italiana. Prodi, il cui governo raggiunse il traguardo della moneta unica e che poi andò a presiedere la Commissione UE, e Berlusconi che fa le corna, possono essere considerati i rappresentanti delle due tendenze.Per quanto ci si sforzi di diventare normali, ci sarà sempre Berlusconi che, con le sue barzellette che neanche al bar dello sport, ci ricaccerà nel vecchio stereotipo. Al circo Massimo Veltroni disse bene, a proposito dell’ inopinata proposta del cavaliere di chiudere le borse: “se lo avesse detto la Merkel o Brown sarebbe successo il finimondo; lo ha detto Berlusconi e non è successo niente, perchè tutti ormai lo conoscono”.Ora, con la battuta sulla abbronzatura di Obama, siamo alle solite. Non sarà la battuta a rovinare i rapporti con gli USA (e il PD dovrebbe evitare di rendersi ridicolo eccedendo nello scandalo): sta di fatto che Berlusconi ci condanna a rimanere macchiette. E il suo spin doctor dice che lo ha fatto non per sventatezza, ma apposta, per togliere a Veltroni la ribalta dei festeggiamenti per la vittoria di Obama. Ricordate le polemiche del cavaliere sul “teatrino della politica”? Beh, a quello ha sostituito il suo personale teatrino, che mette in scena non solo al Bagaglino, ma nei summit dei capi di stato e di governo. E non fa neanche ridere.
ADDIO GEORGE DABLIU
4.11.2008
Non proprio della domenica, questa antelitteram, visto che oggi è il 4 novembre e tra poche ore gli americani andranno alle urne. Dedicata a George W.Bush, ritenuto ormai dai più, compresi gli elettori, il peggiore presidente degli USA del dopoguerra.Figlio di George I, vicepresidente con Reagan e poi battuto da Clinton, sostenuto dal big business che gli mette accanto il vice Dick Cheney, vince nel 2000 contro Al Gore con l’aiuto della Corte suprema, a maggioranza repubblicana dai tempi di Reagan, che impedisce il riconteggio dlle schede nella Florida.Poi, forte del moto di unità nazionale susseguente all’11 settembre, viene confernato contro John Kerry nel 2004.Una presidenza di destra, che si regge su tre pilastri ideologici: l’unilateralismo in politica internazionale (la teoria della guerra preventiva), il neofondamantalismo religioso dei predicatori evangelici, che arriva a pretendere che nelle scuole si insegni il creazionismo come una teoria scientifica, il liberismo favorevole alla deregolamentazione dei mercati finanziari e contrario agli accordi internazionali per la tutela dell’ambiente.I risultati sono stati disastrosi: l’America vive la più grave crisi economica dagli anni ‘30, con Bush che è costretto a smentire se stesso proponendo un piano di salvataggio delle banche da parte dello Stato, ed è impelagata in Iraq, dove ha condotto una guerra illegittima, giustificata con motivazioni infondate (le armi di distruzione di massa). In nome della guerra al terrorismo, Bush ha sospeso fondamentali garanzie costituzionali, giungendo a giustificare la tortura.Il prestigio degli USA nel mondo è in ribasso, malgrado il grande moto di solidarietà seguito all’11 settembre: sembra soprattutto che siano incapaci di esercitare quella leadership politica e morale che è necessaria in un mondo in cui i problemi globali si fanno sempre più complessi e alla loro soluzione si oppone il permanere di contrasti geopolitici che trovano alimento nelle diseguaglianze sociali.Quella leadership a cui si richiamò Kennedy quando battè Nixon nel 1960 e di cui ha parlato Obama in questa campagna.
IL DISCORSO DI VELTRONI
26.10.2008
Veltroni, i discorsi li sa fare, non c’è dubbio, anche quello di ieri è stato buono: ispirato, in equilibrio tra polemica e indicazione positiva, attacco al Governo e appello all’Italia, dominato dallo slogan “l’Italia è migliore della destra che la governa”. Retorica alla Obama, qualche comprensibile contraddizione, ma solido.L’aspetto interessante e innovativo rispetto al passato è il modo come ha risolto (felicemente, a mio parere) il dilemma tra il rifiuto dell’antiberlusconismo, proposto nella campagna elettorale, e il necessario attacco al Governo.Fateci caso, ma nella sua polemica con la destra e il suo capo, Veltroni non ha mai citato le leggi ad personam, le vicende giudiziarie del Cavaliere, il suo potere sui media e il conflitto di interessi, questioni su cui da troppo tempo siamo incagliati e sottoposti alla demagogia di Di Pietro. L’obiettivo non era Berlusconi, come da tanto tempo è stato, ma la destra, la sua visione della società italiana, la sua cultura politica. E, rispetto a questa, ha definito in modo efficace la visione alternativa della sinistra, i suoi valori più che il suo programma,e quindi la sua identità.Contro l’individualismo e l’egoismo sociale, l’attenzione esclusiva ai poteri forti e il disinteresse per i meno fortunati; contro la retorica della paura che mette gli uni contro gli altri, alimenta l’esclusione e il razzismo; contro un messaggio che nega il futuro ai giovani e propone loro solo la speranza di un momento di celebrità sotto i riflettori televisivi; contro l’insofferenza per il dissenso e il dialogo, la concezione “aziendale” della democrazia, l’indifferenza per le radici antifasciste della Repubblica, Veltroni ha pronunciato un discorso che sarà piaciuto a Nanni Moretti, non quello di piazza Navona, ma quello del Caimano, quando dice che Berlusconi ha già vinto, nel momento in cui, attraverso i media, ha veicolato una visione dell’Italia culturalmente affine alla destra che la governa. Se Berlusconi ha vinto, è sembrato a me che il segretario del PD dicesse, è perché la cultura della destra in questi anni ha conquistato molte coscienze.E invece, dice Veltroni, “l’Italia è migliore della destra che la governa”: antifascismo e antirazzismo, cultura civica e spirito di servizio, lavoro e impresa innovativa, propensione allo studio e alla ricerca, sono i suoi valori e le sue risorse. E così, ha indicato un blocco sociale che può sostenere la sinistra e in generale la ripresa dello sviluppo, la sua equità e la sua sostenibilità ambientale: dai lavoratori che lottano per salari migliori e contro la precarietà, ai giovani disponibili ad una riforma della scuola che promuova merito e mobilità sociale, alle imprese che fanno profitti non con la speculazione finanziaria, ma innovando e conquistando i mercati, a magistrati, insegnanti, ricercatori, poliziotti che svolgono con dedizione il loro lavoro.Una riscossa culturale, prima ancora che politica. E non sarà facile, neanche per il PD, portarla avanti, darle dimensione programmatica e organizzativa, combattendo pigrizia intellettuale e conservatorismo politico.
IL DOVERE DI INFORMARSI
19.08.2008
C’è un problema più angoscioso della crisi finanziaria, quella passerà: perché, in una situazione come quella che stiamo vivendo, Berlusconi ha un consenso ancora superiore di quello che aveva sùbito dopo le elezioni? E’ un problema angoscioso perché tocca le radici della nostra asfittica democrazia e minaccia di non passare tanto rapidamente.Una ragione semplice è quella evocata dal Financial Times: nei momenti di crisi grave la gente si stringe al suo governo, perché è il solo che ha e non è il momento di fantasie. Un’altra è la debolezza dell’opposizione, dovuta a ragioni che in questo contesto sono stata tante volte raccontate, e anche pochi giorni fa. Un’altra ancora è il conformismo della TV, in parte padronale (quello Mediaset) in parte servile (quello Rai). Ma già qui è possibile fare un’obiezione: onestamente, bisogna riconoscere che, dal punto di vista giornalistico, si fa fatica a individuare un messaggio alternativo a quello del Governo. Questo non giustifica la superficialità, né tanto meno il servilismo, ma li aiuta a prevalere.Le tre specie di ragioni indicate sono già una risposta, ma, secondo me, insufficiente. Se la gente si lascia irretire dalla paura della crisi, dalla mancanza di un’opposizione efficiente e dalla comunicazione televisiva univoca c’è anche al fondo una malattia sociale più profonda. Se chiedete in giro, vi diranno che si stava peggio con Prodi, che Berlusconi non ha fatto aumentare le tasse, che c’è più sicurezza nelle strade, che finalmente si fa sul serio con la criminalità degli extracomunitari. E via dicendo. Se questo governo dice che è meglio il maestro unico, tutti gli dànno ragione. Ma perché? Che ne sanno?Non lo sanno, come non sanno che la sicurezza non è aumentata o che la pressione fiscale aumenterà ancora. Preferiscono credere a chi li rassicura, a chi rimuove i problemi. Non sanno quello che fa il governo, che ormai va avanti con decreti legge e leggi delega (che sono anche peggio dei decreti, perché, una volta approvata una serie di intenzioni generiche, bastano i decreti del Governo per determinare i provvedimenti concreti).La malattia sociale, che riguarda i cittadini ma anche l’informazione, è una paradossale ignoranza, l’ incapacità di esercitare la critica e anche soltanto di concepire che cos’è il dovere di informarsi. I più credono che la democrazia sia una specie di condizione di riposo della mente, dove si può fare quello che si vuole senza rischi. Se qualcuno spiegasse loro che l’ignoranza è una colpa perché annulla il diritto alla libertà cadrebbero dalle nuvole. Se qualcuno gli dicesse che ciascuno ha sulle spalle la responsabilità di tutto ciò che accade e nessuno può chiamarsi fuori si ribellerebbero, perché pensano che i diritti sono patrimonio di tutti, le responsabilità solo di chi le vuole. Le poche, sia pure lodevoli, voci che cercano di andare controcorrente sono spesso rivolte alla minoranza “colta”, oppure si lasciano affascinare dalla demagogia e dalla protesta moralistica.A causa di questa ignoranza il problema della scuola è angoscioso. Non tanto per le classifiche Pisa, che ci vedono agli ultimi posti “nella media”, ma non mettono in discussione metodi e programmi, tanto che alcune regioni sono nelle posizioni di testa a livello mondiale. No, il dramma è che nessuno, né in casa né a scuola insegna queste elementari regole di convivenza. La nostra malattia sociale è un infantilismo morale che fa quasi tenerezza, ma in mezzo a una grande tristezza. Come quando si rivede uno dei vecchi film di Alberto Sordi: siamo quelli; siamo sempre più lui.(Giovanni Mantovani)
UNA LEZIONE SULLA CRISI
12.09.2008
Aula piena e gente in piedi per una lezione aperta al pubblico sulla crisi finanziaria nella Facoltà di Economia di Ancona. In cattedra, Piero Alessandrini, Michele Fratianni (dell’Università dell’Indiana, USA) e Alberto Niccoli. Spiegano cosa è successo: una politica monetaria negli USA troppo espansiva (tassi di interesse reali sotto zero) e credito facile hanno spinto il boom immobiliare; nuovi strumenti finanziari hanno consentito alle banche di trasferire e diffondere dappertutto i rischi senza assumerli in proprio e quindi senza valutare attentamente la solvibilità dei debitori. Sullo sfondo, una teoria economica dominante nelle istituzioni finanziarie e nelle banche d’affari (e anche in molte università) secondo cui i mercati sono sempre in grado di autoregolarsi; teoria che ha favorito anche una legislazione favorevole alla deregulation.Si è creata così, spiega Fratianni, una situazione paradossale: il prezzo di immobili e azioni è aumentato in dieci anni del 70%, mentre quello dei beni e dei servizi (tasso di inflazione) solo del 14%, perché è stato calmierato dai prodotti a basso costo provenienti dai paesi orientali entrati nei mercati internazionali per effetto della liberalizzazione commerciale. In sostanza, il campanello d’allarme del tasso di inflazione non ha funzionato.Ora dovrà ridursi la forbice tra i due dati: i prezzi di azioni e immobili, come sta accadendo, dovranno ridursi per ritrovare un equilibrio. E questo però comporta un impoverimento generale e un rischio di solvibilità per le banche; che non si fidano più l’una dell’altra, perché non sanno quanti e dove sono i titoli tossici, quelli che hanno impacchettato i debiti di cui sopra e che sono stati venduti dappertutto.Per evitare una crisi di liquidità le banche centrali pompano nel sistema liquidità e abbassano i tassi di interesse, ma ciò non è sufficiente di fronte ad una crisi di fiducia che ormai riguarda le prospettive dell’economia reale, che va incontro ad una recessione globale. La durata e l’intensità della recessione dipenderanno dalla capacità degli interventi di restaurare la fiducia; e da altre misure, sostiene Niccoli, di keynesiana memoria che sostengano la domanda. Meglio, aggiungo per quello che ci riguarda, se attuate a livello europeo, attraverso un coordinamento delle politiche economiche e di bilancio.Ma c’è un altro grave squilibrio macro collegato al primo, che dipende dall’enorme disavanzo della bilancia commerciale degli USA che da anni consumano più di quello che producono: il loro deficit è compensato da afflussi di capitali verso Wall Street dalla Cina e dai paesi petroliferi, che invece producono molto più di quanto consumano. Questo afflusso è stato dovuto in passato alla forza del dollaro, moneta dei pagamenti internazionali, e dalla solidità di Wall Street. Ma ora?Un aggiustamento rapido di questo squilibrio sarebbe molto doloroso, perché comprimerebbe fortemente il tenore di vita americano. Occorre un coordinamento – è questa la proposta che Alessandrini e Fratianni hanno presentato alla BCE – tra Fed, BCE ed anche le autorità cinesi per pilotare l’aggiustamento. E più in generale per costruire una nuova architettura della politica monetaria mondiale, che riprenda le idee avanzate da Keynes a Bretton Woods nel 1945 e che allora erano troppo avanzate per convincere gli USA, che uscivano forti dalla guerra e in credito col resto del mondo; e che pertanto sostennero un sistema basato sul dollaro.Il pendolo oscilla: si allontana dal neoliberismo e si riavvicina a Keynes.
DECLINO DELL’IMPERO?
28.09.2008
Gli storici degli imperi dicono che questi declinano e muoiono per la crescente difficoltà e i costi esorbitanti di controllarli. Sarà questo anche il caso dell’impero USA?Parlando di controllo, si allude sia a quello militare che a quello economico e anche all’egemonia culturale. Quello militare è l’aspetto considerato più importante: dopo la fine della guerra fredda e le teorie della fine della storia e della pax americana, siamo in realtà in presenza di una molteplicità di conflitti locali, spesso combattuti con armi, come la guerriglia o il terrorismo, rispetto alla quale la superpotenza rischia di fare la figura di Polifemo di fronte a Ulisse/Nessuno. Oggi gli USA hanno più di 200 mila militari impegnati all’estero, non tutti in conflitti armati ovviamente, in più di 100 paesi. Dopo l’11 settembre la spesa militare ha ricominciato a crescere e Bush ha addirittura riesumato i progetti di scudo stellare.Ma è la connessione tra controllo militare e crisi economica che è la novità del momento: in questi anni, gli USA hanno potuto finanziare un eccesso di spesa (consumi privati + spese militari + spesa sociale) indebitandosi con l’estero: in sostanza, l’ingente deficit della loro bilancia commerciale veniva compensato dall’afflusso di capitali dall’estero verso gli “stabili e affidabili” mercati finanziari americani; addirittura, continuavano ad affluire a Wall Street anche con interessi molto bassi, indotti dalla politica monetaria generosa della Federal Riserve, tanta era la fiducia nella loro stabilità.E ora? Da un lato i contribuenti e risparmiatori americani vengono chiamati a finanziare le misure straordinarie per salvare il sistema finanziario e bancario (700 miliardi di dollari, ma forse di più) e nel contempo è da prevedere che i capitali stranieri fuggano da Wall Street per altri lidi. A meno che il piano di risanamento non abbia pieno e rapido successo – cosa che molti escludono – gli americani dovranno fare sacrifici: sarà in grado l’economia americana di sostenere l’impegno militare all’estero? (gli esperti militari hanno stimato che gli USA, con tutta la loro potenza, possono sostenere non più di due guerre locali alla volta, e questo in condizioni normali). La forza del sistema finanziario americano è dato anche dal potere militare sottostante, ma ora potrebbe apparire chiaro che è vero anche il contrario e che simul stabunt, simul cadent.Così come, per quanto riguarda il sistema finanziario, gli USA dovranno ricorrere alla cooperazione internazionale; questa situazione, insieme agli sviluppi della guerra in Iraq, spinge verso un nuovo multilateralismo, seppellisce definitivamente le strategie di Bush e dei neocon e aumenta le chance di Obama per Novembre. Ma chiama alla responsabilità globale l’Europa più di quanto non sia stato finora.
MA TREMONTI E’ DI SINISTRA?
21.09.2008
Dobbiamo ripeterlo, attenti a Tremonti e ai suoi giochi di prestigio: ora conduce la sua battaglia contro il “mercatismo” e per il ritorno della politica. Si autoelogia per avere previsto la crisi finanziaria, per fare dimenticare che non fa nulla per ridurre gli effetti della recessione sui bilanci delle famiglie, vorrebbe consolarci dicendo che l’Italia uscirà dalla crisi più forte degli altri paesi, perché ha meno finanza e più manifattura (lo vada a dire ai lavoratori della Antonio Merloni).E qualcuno ci casca: si legge anche in giornali di sinistra che ha ragione, che finalmente si riconoscono le contraddizioni del capitalismo; o che le sue analisi spiazzano la sinistra, perché fa propri temi che sono tradizionalmente suoi. La sua abilità consiste nel fare leva su un riflesso condizionato, per cui molti pensano che sinistra voglia dire politica e stato e destra invece mercato.Ma sinistra vuole dire lotta alle disuguaglianze ingiustificate e alla precarietà del lavoro, mercati ben regolati e lotta ai monopoli, garanzia di diritti sociali universali.La destra sostiene il mercato solo se serve a liberalizzare i rapporti di lavoro e dare mano libera alle imprese, e diventa statalista quando si tratta di scaricare sui contribuenti gli oneri del salvataggio di Alitalia (e Air One), riservando alla cordata amica la polpa della società; diventa statalista nel modo peggiore quando si tratta di mettere le mani sul mercato energetico e propone di ridurre, come sta facendo in questi giorni, l’Autorità indipendente sull’energia ad un’agenzia del Governo (Scaiola e Tremonti vogliono eliminare la norma che impone di nominare i vertici dell’Autorità con i due terzi dei voti della commissione parlamentare), in previsione del grande business delle centrali nucleari e d’accordo con i monopolisti pubblici (ENI) e privati (petrolieri). E’ liberista se si tratta di salari e diventa statalista quando vuole legare a sé i poteri forti, economici e finanziari, in una politica che assume sempre più caratteristiche “di classe”.Se questa strategia mistificatoria ottiene qualche successo è perché a sinistra non si è fatto ancora del tutto i conti con lo statalismo e ancora qualcuno si fa abbindolare dalla retorica antimercato. La sinistra moderna non è statalista, concepisce uno stato moderno che regola e non gestisce, se non dove è strettamente necessario, riduce i costi dei servizi che offre, stimola la concorrenza, dà spazio ad autorità indipendenti di regolazione e controllo, difende i diritti dei lavoratori, così come dei consumatori e dei risparmiatori contro i monopoli pubblici e privati. Solo se si libererà della sua tradizione statalista, la sinistra saprà reagire alle mistificazioni di Tremonti e della destra, che agitano il “ritorno alla politica” per mascherare il loro assalto al controllo dello Stato per farne strumento di consenso elettorale e di un accordo neocorporativo coi poteri forti dell’industria e della finanza.
A CHE SERVONO LE FESTE?
14.09.2008
Sta per finire la stagione delle feste politiche. A sinistra, c’è una novità, non si fanno più le feste dell’Unità, ma le feste del Partito democratico o feste democratiche. La simbologia è più leggera, la partecipazione è buona, in qualche caso è anche “nuova”. Le cassandre che avevano vaticinato la disaffezione cui avrebbe condotto l’abbandono del vecchio marchio (vedi l’ex tesoriere dei DS Sposetti) non avevano visto giusto. Chi ha girato qualche festa ha visto una tipologia variegata: da Pesaro, che ostenta grandi risorse organizzative e finanziarie e dopo la festa nazionale del 2006 è entrata nel giro grosso, con ospiti di livello ministeriale (vero e ombra), e che invade il centro storico della città, a simboleggiare l”egemonia” che il partito esercita in città, alla festa provinciale di Ancona a Jesi, che invece si apparta al parco del Ventaglio e con le poche risorse a disposizione fa il possibile per attirare nuovi frequentatori, alle tradizionali feste di popolo di Chiaravalle e Senigallia, dove la gente (e i turisti a Senigallia) si accalca nei ristoranti. Fino ad Ancona, una festa giocoforza minimalista, ben localizzata ai margini di un parco con vista sul golfo frequentato da nonni e nipoti.C’è da riflettere sul fatto che l’enorme differenza di risorse (militanza, soldi) che le feste di Pesaro, Jesi ed Ancona mostrano si traduca poi in risultati elettorali che invece vedono Ancona prevalere su Pesaro. Se parlassimo di imprese si dovrebbe dire che Ancona ha un ROE molto più alto di Pesaro.L’impressione è che, se la sfida del nuovo inizio è stata tutto sommato superata, ci sia bisogno di una riflessione sulla funzione delle feste nel PD. Tirare su soldi ampliando al massimo la partecipazione popolare e contando sulle risorse di militanza ancora disponibili ? (ma sempre più spesso i ristoranti vengono dati in gestione); un’occasione di socializzazione tra militanti e simpatizzanti che rafforza la coesione nel partito? E qual è, se c’è, la funzione politica della festa? Guardando a dibattiti e interviste, si trova anche in questo caso una tipologia variegata: dalle interviste delle star stile televisivo di Pesaro di fronte ad una platea che accorre a vedere quelli che vede sempre in TV e applaude anche se starnutiscono, alle noiose sfilate degli eletti locali, che ci tengono ad avere il loro nome nel programma e il loro posto nelle presidenze, ma non si preparano, dicono cose superficiali, sicuri che chi li ascolta è pronto a digerire qualsiasi cosa, se la cavano con scontati attacchi al Governo, non problematizzano, non si servono di supporti: mai un banale power point, mai neanche un pezzo di carta che gira.La funzione “formativa” della festa è praticamente nulla, salvo rare eccezioni. Talvolta, se i dibattiti veicolano una scontata demagogia antigovernativa, addirittura controproducente. In nessun modo si incoraggia la partecipazione attiva dei presenti, se non chiedendo loro di fare domande…sul nulla.Proposta: aprire una riflessione sulla funzione delle feste - la loro organizzazione, la loro simbologia, il rapporto tra svago e politica, finanziamento e formazione – adeguata al tempo presente; incaricare un gruppo di persone intelligenti ed esperte in materia di preparare un progetto su come rinnovare le feste di partito.
MC CAIN VS. OBAMA
07.09.2008
Era quasi una missione impossibile per Mc Cain: personaggio stimato, ma non carismatico, appesantito dall’eredità di Bush che è al minimo storico nei sondaggi, la sua competzione con Obama per la presidenza degli USA sembrava avere una sola freccia al suo arco, quel colore della pelle del suo avversario che non si nomina mai per correttezza politica, ma che ciò non ostante rimane motivo di diffidenza per molti americani, compresi quelli della working class tradizionalmente vicini ai democratici.Ma lui prende le distanze da Bush, lo nomina appena nel suo discorso di accettazione della candidatura repubblicana, esalta le sue credenziali di politico indipendente, critico dell’establishment di Washington e del big business, ma ha gioco facile Obama a ricordare che nel 90% dei casi ha appoggiato le proposte di Bush.E allora gioca la carta della disperazione, sceglie come candidata alla vicepresidenza Sarah Palin, giovane e combattiva governatrice dell’Alaska da soli due anni, come dire da noi il presidente della Regione Basilicata: per un verso, un personaggio anche più “strano” di Obama (così eloquente, così elegante), con la sua rude franchezza e la sua variegata famiglia. Una specie di cow boy in gonnella, che rinverdisce il mito dell’uomo della frontiera combinandolo con l’immagine moderna della madre impegnata nella cura della famiglia e della comunità: appassionatamente antiaborto, ma anche con altrettanta passione sostenitrice del diritto di portare armi.Avete presente “Mr. Smith va a a Washington” di Frank Capra, con James Stewart capo dei boyscout che diviene senatore per caso, sostenuto da una banda di corrotti, che poi contrasta strenuamente una volta arrivato nella capitale? Mc Cain propone una reincarnazione di quel mito (o di quella favola) americano per accreditarsi come candidato del cambiamento dopo otto anni di governo del suo stesso partito.Con cinismo, dicono alcuni, perché immaginare Sarah Palin che ha a disposizione la valigetta con i comandi per scatenare una guerra nucleare – nel caso, Dio non voglia, che a Mc Cain, una volta eletto presidente, succeda qualcosa – fa accapponare la pelle.Con questa mossa disperata, il candidato repubblicano si rimette in corsa, risale nei sondaggi. Al netto delle possibili gaffe di Palin, la partita si risolverà nei dibattiti televisivi: Obama è eloquente, ma un po’ vuoto, Mc Cain è noioso ma meno costruito. La voglia di cambiamento è forte, per Mc Cain indirizzarla verso se stesso dopo otto anni di Bush sarà più difficile che per Veltroni dopo due anni di Prodi. Ma il colore della pelle del suo avversario lo favorisce.
31.08.2008
DIO, PATRIA E FAMIGLIA
Alla fine Tremonti è arrivato al capolinea: parlando al meeting di Comunione e liberazione, ha sintetizzato l’ ”ideologia” della nuova destra al governo in tre parole – Dio, patria e famiglia -, la bandiera di tutti i conservatori dalla rivoluzione francese in poi. Contro il laicismo e il relativismo culturale dei liberali, il contrattualismo dei federalisti europei, i sostenitori dei diritti civili della minoranze culturali e religiose, chiude la parentesi aperta con il ’68, con la società dell’antiautoritarismo e del permissivismo, sposa Ratzinger e, proseguendo con l’operazione iniziata con il suo libro sul “La paura e la speranza”, dà al PDL e alla sua alleanza con la Lega (ma il federalismo della Lega rimane una palla al piede) un fondamento culturale, che ben si sposa con le sue posizioni neo protezionistiche.Operazione da non sottovalutare. Che non era riuscita al Berlusconi del 2001, ancora proteso a presentarsi come campione di una rivoluzione liberale, che fu immediatamente smentita dai provvedimenti tesi a tutelare il suo monopolio nell’informazione. La destra del 2001 era più contraddittoria e superficiale, oscillava tra la tentazione del liberismo e quella di allearsi con i poteri forti, suscitava la diffidenza del grande capitale, dei vertici della Confindustria e dell’episcopato.Da allora c’è stato Ratzinger, con la sua offerta di una verità tanto antica da essere rassicurante, il fallimento dell’Unione, incapace di trovare una sintesi tra liberalismo e socialismo, tra laicità e impegno politico dei cattolici, legata alla stanca riproposizione di ideali europei appannati dal referendum francese e dalle minacce all’integrità economica e culturale del vecchio continente.Ora la Confindustria ha ciò che vuole, che non è il liberalismo, ma solo la liberalizzazione dei rapporti di lavoro, la riduzione (solo promessa) delle tasse, e la tutela di interessi corporativi legati a concessioni e appalti statali.Come è sempre stato nella storia, “Dio, patria e famiglia” servono a ristabilire l’ordine (contro delinquenti, immigrati e minoranze inquiete), consolidare ineguaglianze fondate sul privilegio, sulla ricchezza e sulla nascita nel momento in cui la crescita del reddito ristagna e la lotta per la propria fetta si inasprisce, sul piano internazionale e su quello interno.Culturalmente vince AN, che però perde sul piano politico, perché le sue parole d’ordine sono fatte proprie da Berlusconi che la sovrasta sul piano del potere e dell’immagine. Ma può “Dio, patria e famiglia” essere la parola d’ordine del XXI secolo, quasi che si tratti di mettere tra parentesi non solo la società del ’68 e del Concilio Vaticano II, ma due secoli di progressi della libertà? Sto esagerando naturalmente, la storia non si ripete mai e non conosce parentesi, e sono convinto che la democrazia costituzionale italiana sia salda nel cuore e nella mente sia di chi vota a sinistra sia di chi vota a destra; sta di fatto che questa parola d’ordine coglie le inquietudini popolari sul futuro e la caduta di certezze, si esemplifica con misure che colpiscono l’immaginario come il voto in condotta, che da un lato mostrano la colpevole pigrizia intellettuale della sinistra rispetto al diffuso senso comune, dall’altro illudono sul fatto che complessi problemi della società moderna possano essere risolti tornando alle sicurezze del passato.C’è molto da fare, a sinistra.
12.8.2008
IL GOVERNO HA TRE MESI
Il Governo Berlusconi ha tre mesi di vita. Pochi per un bilancio, abbastanza per prime impressioni. Le mie sono che non si ripeterà quello che successe nel 2001, quando, dopo pochi mesi di vita, il Governo ebbe un crollo dei consensi dovuto essenzialmente alle leggi ad personam. Anche questa volta le leggi ad personam ci sono state – il decreto bloccaprocessi poi sostituito dal meno devastante lodo Alfano – ma questa volta gli elettori non sono stati sorpresi: i sondaggi mostrano che chi ha votato per il centrodestra non ha cambiato opinione, casomai la caduta di consensi è avvenuta tra coloro che, pur avendo votato centrosinistra, avevano dato un’apertura di credito al nuovo governo. Insomma, molti elettori considerano il lodo Alfano una misura discutibile ma necessaria per mettere il Governo in grado di governare; che è quello che vogliono.Interessante è l’altissimo gradimento per Napolitano, che pure si è dovuto muovere su un sentiero davvero stretto per non aprire un conflitto istituzionale senza sacrificare il rispetto della Costituzione: se la maggioranza degli elettori vuole che il Governo governi, una maggioranza ancora più ampia vuole che lo faccia all’interno delle regole costituzionali e di quelle della decenza politica (il dito alzato di Bossi), e per questo si affida a Napolitano.Il primo intendimento del Governo è stato quello di mostrare decisione, interpretando una domanda diffusa, a destra come a sinistra, e su cui lo stesso Veltroni aveva fatto leva nella campagna elettorale con la sua insistenza sul paese bloccato dal suo barocco sistema politico-istituzionale. In attesa di riforme che non si sa mai quando verranno, il Governo, da un lato ha sfruttato le condizioni nuove create dal risultato elettorale – semplificazione degli schieramenti e forte maggioranza parlamentare – dall’altro ha agito con gli strumenti, non solo legislativi e amministrativi, ma anche di comunicazione, disponibili: ecco le riunioni a Napoli per l’emergenza rifiuti, il pacchetto sicurezza con le sue misure ad effetto (le ronde di militari), le stesse forzature del blocca processi o del lodo Alfano.Significativa la novità dell’anticipo delle misure economiche e della compressione del dibattito su di esse: di fronte all’interminabile dibattito sulla riforma delle norme di legge e regolamentari per l’esame delle leggi di bilancio (bilancio, finanziaria, disegni di legge collegati), il Governo ha forzato tempi e modi del dibattito parlamentare sul decreto economico, ottenendo ampio consenso, se non sulle misure, sull’accelerazione dei tempi. Si vedrà quali saranno i risultati: l’efficacia di molte misure dipende da successivi atti (la riforma della pubblica amministrazione, il federalismo fiscale ecc. ecc.) e in ogni caso, finanziaria, bilancio e disegni di legge collegati andranno discussi e approvati. Un nuovo equilibrio tra Esecutivo e Legislativo (perché questo è il problema) non può stabilirsi senza una riforma complessiva e possibilmente condivisa con l’opposizione, a meno di non continuare con forzature.Sul piano sociale, il Governo ha mandato segnali soprattutto agli imprenditori e al ceto medio professionale, con le misure sugli straordinari, l’eliminazione di alcune di quelle introdotte da Visco per combattere l’evasione e l’elusione fiscale e di quelle introdotte da Prodi per limitazioni al lavoro precario, la promessa di grandi appalti sul nucleare. Le ha compensate con alcuni interventi fiscali nei confronti di banche e petrolieri – che sono antipatici a tutti – e alcuni di pura immagine a favore dei poveri (la social card). Nel complesso, sembra di potere dire che non ha ancora definito una strategia economica (a parte le suggestioni protezionistiche di Tremonti), ma che ha stabilizzato il consenso dei propri elettori di riferimento e di “poteri forti”, come la Confindustria e la Chiesa, che si sente garantita sui temi etici, anche se flebilmente protesta sulle minacce ai diritti civili e all’integrazione sociale.La maggioranza è più compatta rispetto al 2001 (anche perché non c’è più l’UDC) e più spostata a destra: non mancano conflitti interni e mine vaganti, come il federalismo fiscale, ma l’impressione è che il Governo sia destinato a durare e che intende cementare un blocco sociale guidato dal ceto medio del Nord.
04.08.2008
ANCONA E PESARO
Può sembrare stravagante parlare di “modello Ancona”, proprio quando il PD anconetano vive una crisi, ma c’è un aspetto della situazione che vale la pena di sottolineare e che aumenta le responsabilità dei dirigenti anconetani del PD.Un po’ per la concitazione, un po’ perché le idee dei fondatori non erano chiare, il PD è nato e si sta formando in modo piuttosto disordinato. Il che comporta che in realtà ci siano in giro MOLTI PD diversi tra loro (da qualche parte non ce ne è nessuno).Ad esempio, nelle Marche possiamo distinguere due modelli estremi, quello pesarese e quello anconetano. Il primo si colloca in una linea di continuità PCI-PDS-DS con qualche elemento di modernizzazione: controllo del territorio attraverso una gestione centralizzata delle alleanze politiche e dei rapporti con le organizzazioni sociali, formazione dei gruppi dirigenti per cooptazione, rapporto con i poteri forti. Le forme dell’organizzazione del consenso si adeguano con una moderata spettacolarizzazione e i nuovi strumenti della partecipazione, come le primarie, vengono usate per ratificare le scelte del gruppo ristretto dei capi.Il modello ha dalla sua la forza dell’organizzazione e della tradizione, e la moderazione dei conflitti: questo spiega perché anche altrove esso venga visto come un modello da imitare, garanzia di governabilità e di consenso. Da sempre nel PCI-PDS-DS, Pesaro è stata vista come un esempio e questo fascino ha contagiato anche gli ex – Margherita. Dove vige il modello pesarese, ogni tanto l’insofferenza monta, ma raramente si coagula in un movimento politico di contestazione al regime, con possibilità di vittoria (vedi Fano). D’altra parte, anche chi non ne è entusiasta non può che prendere atto che bisogna fare i conti con la forza dei numeri (elettori ed iscritti).Per effetto della sua tradizione, invece, il modello anconetano è pluralistico e conflittuale, al punto in qualche caso da sfiorare l’anarchia. Il governo emerge da una succedersi e da una combinazione di competizioni, conflitti ed equilibri più o meno duraturi, di persone e gruppi. Il pluralismo è garanzia di maggiora libertà e adesione al pluralismo sociale, ma può essere anche fonte di disordine e ingovernabilità. La fase attuale della formazione del PD, con regole incerte e divisioni politiche, accentua questo rischio e spinge verso l’omologazione al modello pesarese, del quale fa parte l’emarginazione del dissenso.I dirigenti del PD anconetano si trovano di fronte alla sfida di dare al pluralismo un quadro di regole e una prassi di comportamenti che ne faccia una risorsa e renda il modello anconetano competitivo rispetto a quello pesarese, più conservatore e limitativo della partecipazione e dell’innovazione, e un esempio per la formazione del partito nell’intera realtà regionale. D’altra parte, se si guarda all’efficacia, si deve riconoscere che, malgrado i casini, ad Ancona il PD prende più voti che a Pesaro.
QUALE OPPOSIZIONE
27.08.2008
Opposizione dura o morbida? Rigorosa o dialogante? Sembra che ancora il PD non riesca a sciogliere questo dilemma. La stampa ci inzuppa il pane: quella di destra, ogni volta che Veltroni dà torto a Berlusconi, lo accusa di essere subalterno a Di Pietro, quella indipendente o di sinistra, bene che vada, critica Veltroni perché non ha le idee chiare.In verità, il dilemma non è sull’intensità dell’opposizione: si tratta di valutare se si debba finalizzare l’opposizione ad una strategia e a dei risultati o se debba essere puramente espressiva. E nel primo caso, i risultati a cui si punta quali sono: buone leggi o leggi meno peggiori di quelle che altrimenti la maggioranza approverebbe, aumento del consenso, spallata al Governo, vittoria tra 5 anni?Chi invece sostiene l’opposizione espressiva tende a vederne essenzialmente gli aspetti morali e pedagogici; si interessa poco dei risultati o delle tattiche e pensa che il problema dell’Italia sia quello di una crisi morale, dalla quale può essere risollevata solo se l’opposizione conduce una battaglia inflessibile.Di Pietro ha un vantaggio rispetto al PD, anzi più di uno: il suo è un partito “a vocazione minoritaria”, che non aspira a presentarsi come una credibile alternativa di governo; in secondo luogo, è un partito monotematico, che può battere senza tregua sul punto della giustizia e della moralità, senza avere l’onere di presentare idee e proposte sulla politica economica o su quella internazionale.D’altra parte, anche gli oppositori intransigenti sono spesso pronti a transigere e a chiedere atteggiamenti flessibili in Parlamento quanto si toccano interessi concreti che stanno loro a cuore: si pensi a molti magistrati, così fermi sulle questioni della legalità e nel contempo così sensibili e “realisti” sui temi che riguardano il loro trattamento economico o giuridico.Il problema degli oppositori responsabili (nel senso che seguono un’etica della responsabilità rispetto ai presumibili risultati della loro azione) è anche quello degli interlocutori: dialogare con la Lega sul federalismo, che fa parte del programma del PD? Certamente sì, ma se poi Bossi alza il dito indice contro l’inno nazionale? Dialogare con il PDL sulle riforme costituzionali, che fanno parte del programma del PD? Certamente sì, ma se poi Berlusconi sconquassa il sistema con le leggi ad personam?A mio parere, l’indirizzo, almeno in termini generali, dovrebbe essere:- una leadership chiara (segretario e governo ombra) e un programma definito, su cui muoversi con coerenza, abilità comunicativa e spregiudicatezza tattica;- chiara distinzione tra principi non negoziabili, su cui usare tutti gli strumenti dell’opposizione (dall’ostruzionismo al referendum) e differenze “fisiologiche” tra destra e sinistra, su cui marcare le proposte alternative;- prospettiva di legislatura, che se poi succede qualcosa prima, tanto meglio.
PROFESSIONISTI E DILETTANTI
20.07.08
Si parla spesso di professionismo politico, di solito per dirne male. Si allude a politicanti privi di competenze e di cultura, esperti solo nell’arte della conquista del consenso e che fanno della politica una professione, passando da un incarico all’altro.A questa figura si contrappone spesso quella della società civile, che esprime persone qualificate nelle loro professioni, che la politica talvolta usa, talvolta attrae, ma quasi sempre delude ed emargina.E’ una rappresentazione un po’ manichea e soprattutto fuorviante, perché la politica richiede una specifica professionalità, che non è data solo dalla conoscenza di tecniche del consenso e della comunicazione, che comunque sono necessarie, ma da conoscenze in materia giuridica, economica, politologica e storica. Tant’è che rinasce in questa fase la domanda di formazione politica. L’idea che una persona impegnata nella sua professione possa “fare politica” senza alcuna preparazione o esperienza è ingenua. D’altra parte, è vero che molti politici fanno politica “a naso”, con superficialità e, di conseguenza, sono condizionati da “esperti” e funzionari, delle cui competenze spesso non sanno valersi, perché non sono in grado di porre loro le domande giuste: non si può infatti pretendere da un politico che sia più competente di un esperto, ma che sia in grado di interloquire con lui.Il fatto è che gran parte del pubblico è poco informato e non investe in informazione; pertanto, non è in grado di misurare il valore dei politici; i partiti a loro volta non investono in informazione, meglio la propaganda che mobilita i tifosi che un’ informazione obiettiva che accresce la capacità di controllo dei cittadini.Anche i giornali spesso diventano partiti, sposano posizioni politiche e leader, fanno campagne, non separano i fatti dalle opinioni.Un partito “democratico”, cioè interessato a fare della partecipazione una risorsa, dovrebbe in primo luogo investire in informazione e formazione; in secondo luogo, dovrebbe avere meccanismi di selezione dei dirigenti ed eletti che favoriscano il ricambio e l’accesso di persone provenienti dalla varie professioni. Il problema non è infatti di contrapporre politici di professione e dilettanti provenienti dalla società civile, ma garantire sempre una possibilità di ricambio e una possibilità di accesso attraverso una competizione aperta per le cariche e un limite ai mandati.Un altro difetto della politica italiana è quello di non sapere valorizzare specifiche professionalità politiche: mi riferisco a quelle professioni che forniscono un supporto essenziale al politico, specie al leader politico: dal sondaggista allo speech writer, dall’organizzatore di campagne al fundraiser. Le tipiche posizioni di staff, che in Italia sono spesso affidate a politici poco preparati amici del leader, mentre manca un mercato per queste professioni. E’ tipico il caso delle segreterie, luoghi in cui funzioni di staff e responsabilità politiche si mescolano rendendo la comunicazione politica banale e confusa e la progettazione organizzativa del tutto artigianale.Insomma, abbiamo nel contempo politici impreparati, dilettanti allo sbaraglio e finti professionisti.
29.06.2008
UN PARTITO A FORMA DI BLOG
Molti anni fa, la domenica mattina distribuivo L’Unità nelle case, ora faccio un blog.C’è una somiglianza tra i due impegni? Ce ne è una importante: sono due attività volontarie e gratuite. La differenza segnala il cambiamento dei tempi e della politica.Un impegno prevalentemente materiale il primo (anche se capitava di discutere con qualcuno che comprava il giornale), intellettuale il secondo (anche se c’è una dimensione tecnica). Dal lavoro manuale a quello intellettuale, dal militante rotella di un ingranaggio governato dal centro che prepara il prodotto standard da diffondere in modo capillare, al militante che produce in modo autonomo contenuti che mette in rete collegandosi liberamente con suoi simili. Dall’organizzazione fordista a quella a rete. Anche allora c’erano opportunità per fare circolare le proprie idee sulla stampa di partito o nelle assemblee, così come anche oggi c’è l’occasione di distribuire volantini e attaccare manifesti (sempre meno), ma la differenza è radicale e riflette il cambiamento sociale e tecnologico: dalla società moderna della fabbrica e del partito di massa a quella postmoderna della comunicazione e delle reti.Se il partito democratico vuole inventare un’organizzazione adatta ai tempi, deve partire da qui: dalla cellula che trasmette propaganda al protagonismo dei singoli e dei gruppi nei network sociali. Ma ciò implica che se si vuole un partito radicato nella società di oggi e in grado di mobilitare risorse di lavoro volontario e di innovazione diffusa, l’organizzazione deve profondamente cambiare rispetto al passato.Quante volte abbiamo sentito dire “partito a rete”? Ma come per altre innovazioni si è rimasti fermi alle parole, tanto per fare vedere che si è up to date, ma la prassi non è stata cambiata. La rete è orizzontale, aperta e permeabile, il partito tradizionale è verticale e chiuso; la rete non si organizza in luoghi fisici, il partito tradizionale segue le circoscrizioni amministrative, che sono sempre meno significative per la vita delle persone; la rete ha una dimensione anarchica il partito tradizionale una gerarchica.La sfida sta appunto su questo punto: come conciliare l’ordine spontaneo della rete con l’ordine organizzato di un partito che vuole decidere ? Ci vuole un governo, ma diverso rispetto al passato, che combini partecipazione e decisione. Il valore della rete sta appunto nel fatto che favorisce una competizione di idee senza impedire una collaborazione sulle piattaforme condivise. Il che significa che il partito a rete funziona se chi lo dirige è capace di:- proporre una visione del futuro da condividere;- determinare e fare rispettare le regole del gioco;- inserire nel sistema un insieme di incentivi per dare una direzione all’evoluzione e per trasformare le conoscenze e le competenze disperse in patrimonio collettivo.Visione del futuro non progetto di società, regole del gioco non gerarchia, incentivi non ordini. Questa è la funzione dei dirigenti in un’associazione in cui la stessa funzione di direzione è diffusa: promuovere la crescita della rete, agire sui nodi e sui vuoti, premiare e fare circolare l’innovazione, organizzare i momenti di decisione collettiva. Un partito a forma di blog con dirigenti come motore di ricerca.
22/06/2008
CRONACHE DAL MORTORIO
Nell’assemblea nazionale del PD erano presenti 7-800 componenti su 2500. Vale la pena di chiedersi perchè. Diamo una serie di risposte non in ordine di importanza:Primo, perchè un’assemblea di Venerdì, quasi che il PD fosse il partito delle auto blu e dei funzionari?Secondo, non è più il tempo in cui si va alle assemblee perchè è importante “esserci” e ascoltare i leader. Oggi si può seguire tutto su internet, sulle TV private e i leader sono sempre gli stessi e parlano già moltissimo sui media.Terzo, come avevamo detto un anno fa, un’assemblea di 2500 membri è fatta per applaudire non per discutere o decidere. Se poi, come al solito, le si propone la sfilata dell’oligarchia e l’elezione di una Direzione accuratamente lottizzata in separata sede e da votare in blocco, non c’è da stupirsi se uno non ha voglia di andare. Anche lo Statuto fu preparato e votato così e ora se ne vedono le conseguenze.Quarto, i leader del PD ormai hanno stufato. Veltroni va sostenuto perchè la sua linea è soatanzialmente giusta e la possibile alternativa non è altro che il ritorno al passato, ma il successore, quando sarà il momento, non potrà essere Bersani o uno della sua generazione. Non è una questione di età, è un problema di meccanismi di selezione: Veltroni paga il fatto di essere stato scelto dall’oligarchia e “fatto passare” alla base, tra l’altro consentendo a migliaia di opportunisti di agganciarsi al suo treno. La prossima volta, primarie vere, una competizione aperta nella quale speriamo che esca un outsider, uno che in questo momento non è al tavolo della presidenza, e che magari all’assemblea nemmeno c’è andato.
15 giugno 2008
UN MATRIMONIO INDISSOLUBILE
Nelle Marche l’intesa tra PD e sinistra radicale (Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti italiani, Sinistra democratica) sembra salda, tanto che si dà per scontato che, dopo un po’ di ammuina, al momento giusto si confermerà l’alleanza anche per il 2010-2015.Un interrogativo interessante è perché a livello nazionale l’alleanza è considerata impossibile, al punto che non è stata riproposta agli elettori nelle recenti elezioni politiche e nelle Marche, come in altre regioni peraltro, regge tranquillamente. Una prima risposta è che a livello nazionale si pongono esigenze di immagine e visibilità che non sono invece pressanti a livello regionale: per intenderci, la sinistra radicale, per affermare la propria presenza e identità, deve differenziarsi sul palcoscenico nazionale, che è quello effettivamente seguito dagli elettori, mentre può mediare senza troppi problemi nelle Marche, al riparo da un’opinione pubblica abbastanza disattenta.Una seconda risposta fa capo invece al fatto che materie controverse, come i salari, le pensioni, la politica internazionale e quella della sicurezza, non sono competenza delle regioni.Una terza risposta dice che il PD marchigiano è più spostato a sinistra che non a livello nazionale, ovvero che la sinistra radicale marchigiana è più moderata.Va detto però che malgrado la sinistra radicale non sia particolarmente vivace nel palcoscenico regionale, ha messo di volta in volta dei paletti su punti sensibili delle politiche regionali che la Giunta e la maggioranza si guardano bene dal varcare: il piano energetico, che andrebbe rivisto, ma che non si può toccare, il piano dei rifiuti che vieta impianti di termovalorizzazione, la legge urbanistica, che è bloccata da un anno in commissione perché la sinistra radicale non la vuole, i servizi pubblici locali, per i quali la parola liberalizzazione è tabù.Si tratta di veti, più che di proposte in positivo. Ma si potrebbe aggiungere anche la politica fiscale regionale, per la quale si è scelto negli anni passati la strada dell’aumento delle imposte, con inasprimento della progressività, alla riduzione delle spese.Eppure, tutto il PD ha sposato la linea riformista e favorevole allo sviluppo sostenuta a livello nazionale; e a capo della Giunta non c’è Nichi Vendola. La Giunta gode poi di consistenti appoggi in Confindustria, che sui temi citati altrove si mobilita, ma qui protesta perché nel Governo Berlusconi non c’è un sottosegretario marchigiano. La mia interpretazione è che tutte le risposte riportate sopra hanno una parte di verità, ma che ne va aggiunta anche un’altra: in realtà, il PD marchigiano è riformista a parole, ma nei fatti è conservatore, con una spruzzata di modernismo industrialista.