by A.L.
Fortemente voluta dal nuovo segretario del PD di Ancona Giovanni Ranci, ieri a Portonovo, assemblea sul tema “Ancona, risorsa per le Marche”. L’atmosfera preelettorale favorisce la partecipazione e scalda il clima, ma non stimola l’approfondimento. D’altra parte, precisa Ranci, è solo l’inizio di un lavoro che proseguirà dopo le elezioni.
Il presidente Spacca fa un parallelo tra l’industrializzazione senza fratture dello sviluppo marchigiano e la politica senza fratture, basata sulla collaborazione lungo la “filiera istituzionale”: Governo e Parlamento, Regione, enti locali. Per lui, il problema del capoluogo non esiste: questo ruolo è già nei fatti e sarà favorito da nuove iniziative: la localizzazione ad Ancona, nella cittadella ristrutturata, del nuovo Segretariato per l’Adriatico e lo Ionio, emanazione dei ministeri degli esteri dei paesi rivieraschi, e della Agenzia per la terza età, espansione dell’INRCA.
In realtà, il problema del capoluogo esiste e non riguarda solo il fisiologico conflitto sulle competenze e le risorse. Ha radici lontane, ma la sua declinazione moderna nasce proprio dalla teoria dell’”industrializzazione senza fratture”. Basta rileggere il fondamentale testo di Giorgio Fuà del 1983, a cui Spacca spesso si riferisce per farne una vera e propria “ideologia marchigiana”. In esso, l’economista anconetano svela i pregi dello sviluppo decentrato – piccola industria e piccole città – in contrapposizione ai limiti e ai guasti di quello accentrato, basato sulla grande industria e la grande città. E nega che la questione si possa porre nei termini di una campagna industrializzata contrapposta ad una città terziaria che fornisce servizi al sistema. Anche per i servizi si pone l’esigenza di una loro diffusione, facilitata dalle dotazione di infrastrutture materiali e immateriali. Ne segue inevitabilmente, ma di questo Fuà non si occupa, che le tipiche funzioni di un capoluogo vanno ridefinite nel modello dello sviluppo diffuso. Portando al limite il discorso, si potrebbe dire che nella regione dello sviluppo diffuso, il capoluogo non serve.
Da allora, nessuno purtroppo ha studiato il problema, né a livello del Comune né a quello della Regione. Di più, le intuizioni e gli studi di Fuà sono spesso serviti a giustificare la dispersione localistica delle risorse e a sottovalutare le esigenze di accentramento che anche in una regione come le Marche inevitabilmente si pongono e che oggi sono contenute nell’agenda dell’”area metropolitana” di Ancona. Se poi si considera che è attiva, e talvolta intensa, una competizione “geopolitica” tra territori che smentisce l’armonia della politica senza fratture lungo la filiera istituzionale, ne segue che il problema del rapporto tra Ancona e le Marche e tra gli enti che le governano si pone, eccome.
E bene fa il PD anconetano a tematizzarlo, non nei termini di una conflittualità rivendicativa, ma di una competizione nel campo dell’analisi e della proposta.