sex and politics

Thursday, July 10 2008

by Amicus Plato
le vite degli altri
Uno studio di Steven R.L. Millman del 1998 mette a confronto le performance (politiche, non sessuali) di due gruppi di presidenti americani: il primo potremmo definirlo dei presidenti “morigerati”, vale a dire quelli per i quali non si conoscono relazioni extraconiugali durante il loro mandato (Truman, Eisenhower, Ford, Carter, Reagan, Bush sr.), il secondo dei presidenti “libertini” (Roosevelt, Kennedy, Johnson, Clinton).
Ecco i risultati: leggi il seguito

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un new new deal

Tuesday, June 17 2008

by A.L.
roosevelt
Il libro di Paul Krugman “La coscienza di un liberal” (Laterza) è interessante per molti aspetti. In primo luogo è una specie di storia economica degli USA dal New Deal di F.D.Roosevelt ad oggi; in secondo luogo può dare l’idea degli orientamenti del movimento progressista o liberal americano nel momento in cui il Partito democratico si appresta a contendere la presidenza ai repubblicani. leggi il seguito

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Hillary, ritirati!

Wednesday, May 7 2008

dal nostro corrispondente da Washington

clinton

Obama ha vinto largamente le primarie nel North Carolina, mentre Hilary Clinton ha vinto di stretta misura quelle dell’Indiana. Obama ha incrementato, sia pure di poco, il suo vantaggio in termini di delegati alla convention del Partito democratico USA che si terrà a Denver in Agosto, ma ormai è quasi matematico che nessuno dei due candidati arriverà alla convention avendo la maggioranza assoluta dei delegati.
Ciò dipende dal fatto che, oltre che i delegati eletti nelle primarie, votano alla convention quasi 800 superdelegati (parlamentari, dirigenti di partito, ecc. ecc), che a questo punto saranno decisivi. Ma una situazione nella quale i candidati di diritto rovesciano il verdetto di quelli eletti nelle primarie causerebbe una grave divisione nel partito, che già l’estenuante competizione tra i due senatori sta tagliando in modo netto: i neri in grande maggioranza con Obama, i bianchi in maggioranza per Hillary, la maggioranza degli uomini per Obama e delle donne per Hillary; giovani, indipendenti, middle class per Obama, anziani, militanti e operai per Clinton.
E aumentano i sostenitori dell’uno o dell’altro che dichiarano che se verrà scelto l’antagonista non andranno a votare nelle elezioni presidenziali di Novembre o addirittura voteranno per il candidato repubblicano McCain.
Non si vede una via d’uscita, a mano che Hillary non si ritiri, ma lei non molla; si fa forte di sondaggi che la danno come più competitiva nei confronti di McCain ed anzi rivendica che nei conteggi dei delegati si tenga conto del voto di due stati, le cui elezioni sono state invalidate dagli organi del partito, il che ridurrebbe ancora i margini per Obama.
Il quale, per parte sua, con queste primarie, ha superato uno scoglio insidioso, perchè nelle ultime settimane è stato messo sotto accusa dai media per i suoi legami passati con il rev. Wright, predicatore estremista.

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tra i due litiganti

Saturday, April 26 2008

by il nostro corrispondente da New York

Malgrado la vittoria in Pennsylvania, Hillary Clinton è indietro rispetto a Barack Obama nelle primarie per la candidatura democratica a presidente USA per numero di delegati, oltre che per voti complessivi e per numero di stati. E’ ormai estremamente improbabile che possa rovesciare la situazione nelle ultime primarie, ma non demorde: il fatto è che oltre ai delegati conquistati nelle primarie, nella convenzione finale (a Denver nel prossimo agosto) votano anche i cosiddetti superdelegati, vale a dire i delegati di diritto (parlamentari, dirigenti di partito, ecc.), che, essendo circa 800, potrebbero teoricamente cambiare l’esito; anche se, per la mentalità politica americana sarebbe davvero straordinario e difficile da sopportare che il verdetto dei delegati eletti in 50 primarie fosse rovesciato da quello dei delegati di diritto.
Dunque, l’ostinazione di Hillary, sostengono molti commentatori, ha solo l’effetto di prolungare la contesa, incattivirla attraverso le critiche reciproche tra i due e favorire il candidato repubblicano
John McCain, che in effetti ora è passato in testa ai sondaggi, con 3 punti su Obama e 1 su Clinton.
Se dovessimo trarre una lezione dalle primarie americane dovremmo riconoscere sul lato positivo che sono una contesa effettivamente aperta e selettiva, con i candidati che sono costretti a girare per tutti gli stati, misurandosi con i diversi problemi e confrontandosi, oltre che sulla affabilità e l’immagine televisiva, su programmi che sono per quasi un anno scrutinati non solo da elettori e media, ma da eserciti di specialisti.
Sul lato negativo, che sono troppo lunghe (10 mesi), defatiganti e costose.
Incontrando un ragazzino di 10 anni appena eletto capoclasse, Obama gli ha chiesto
- quanti dibattiti hai dovuto fare per essere eletto?
- neanche uno;
- beato te!

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per conoscere obama…e veltroni

Friday, February 29 2008

by A.L.

Se volete in due ore di interessante lettura farvi un’idea del Partito democratico USA, impegnato nelle primarie per la scelta del candidato alla presidenza e a strappare ai repubblicani la Casa Bianca, leggete il libro di Maurizio Molinari, corrispondente de “La Stampa” dagli USA, “Cowboy democratici”, editore Einaudi.
Ci sono i liberal classici, come la nuova presidente della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, e il vecchio senatore Ted Kennedy, i “cowboy democratici”, parlamentari del Mid West che hanno strappato seggi ai repubblicani, facendo loro concorrenza sui temi della sicurezza e della lotta al terrorismo, nuovi think thank, che hanno rinnovato la piattaforma democratica sia sui temi economici sia su quelli di politica internazionale, c’è Bill Clinton, con la sua rete di relazioni e Al Gore, premio Nobel per le sue battaglie sul cambiamento climatico.
Un grande contenitore pluralistico, che sarebbe contraddittorio se non trovasse di volta in volta l’unità intorno al candidato di turno e al suo programma. La novità più interessante che Molinari analizza è l’emergere della nuova “sinistra religiosa”, che contende ai repubblicani quel monopolio dell’uso della fede in politica che li ha avvantaggiati nell’epoca di Bush: organizzazioni che mettono al centro della loro iniziativa temi come la lotta alla povertà o i comportamenti eticamente responsabili nella vita comunitaria e nel business, le relazioni pacifiche sul piano internazionale, la sensibilità al tema dell’immigrazione, smontando la pretesa della destra religiosa di considerare come eticamente sensibili solo i temi del matrimonio gay o dell’aborto.
E’ da questo crogiuolo che emerge la figura di Barack Obama: centrista secondo le tradizionali classificazioni politiche, oratore ispirato che dichiara apertamente di derivare dalla fede molte sue posizioni, ma al tempo stesso propugna la netta separazione tra Chiesa e Stato, la sua carta vincente è la capacità di conciliazione: bianchi e neri, persone motivate dalla fede e indifferenti, ricchi e poveri, il suo messaggio può apparire banalmente ecumenico ed elettoralmente strumentale, in realtà fa presa su una società sempre più plurale, che teme le lacerazioni, vuole essere unita e rimprovera a Bush di avere diviso il paese.
Uno sguardo al Partito democratico USA è utile anche per capire Veltroni e la sua strategia, il suo messaggio alla nazione e il suo approccio al tema del rapporto tra fede e politica; e anche il modello di partito che ha in mente.

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visto dall’america

Friday, January 4 2008

by Amicus Plato

Abbiamo riportato la corrispondenza del nostro inviato nello stato dell’Iowa dove si sono tenuti i caucus per la scelta dei candidati alla presidenza degli USA.
Proviamo ora ad immaginare la corrispondenza di un giornalista americano dalle Marche, in occasione delle primarie del 2010, quando il PD delle Marche sceglierà il suo candidato alla presidenza della Regione.

“Difficile fare capire ad un elettore americano come si svolgono qui le primarie, perchè è tutto rovesciato rispetto alla nostra esperienza: prima si sceglie il vincitore, poi i candidati e infine le regole. Si riuniscono quelli che controllano il partito, che sono sette persone, e si spartiscono le cariche più importanti, nel Parlamento e nella Regione. Al centro di questo puzzle c’è la presidenza della Regione, nella quale si è già stabilito che verrà confermato il presidente uscente, mentre il vicepresidente sarà eletto al Parlamento e sarà sostituito dall’ex presidente della Provincia di Pesaro Urbino. Poi, si fa circolare informalmente la decisione presa, per sondare le reazioni: se c’è qualche potenziale candidato di peso lo si chiama e lo si coopta nell’ accordo promettendo anche a lui qualche carica e convincendolo a non presentarsi.
A questo punto, si convocano gli organi del partito e si fanno le regole delle primarie, stando bene attenti che non ci sia alcuna possibilità per candidati che vogliano presentarsi contando solo sulle loro forze. Poi, si convocano i segretari locali di partito e si ordina loro di mobilitare il partito a sostegno del candidato ufficiale. Se c’è qualche temerario che, nonostante tutto, vuole presentarsi, meglio così, ciò servirà ad evitare l’immagine di un’ elezione bulgara e a sviare eventuali controllori dell’ONU o della UE. Ad ogni buon conto, si provvede ad una campagna, sottile se possibile, pesante se necessario, per “sputtanare” i candidati alternativi, facendoli passare per gente che minaccia l’unità del partito, fa il gioco della destra e così via.
Il giorno delle primarie, malgrado tutto – perchè questo è un paese straordinario che non perde mai la speranza di un cambiamento – si presenteranno ai seggi migliaia di elettori e così il vincitore designato potrà vantare il grande consenso ottenuto e la grande partecipazione; e tutto il puzzle delle cariche ne sarà indirettamente legittimato.”

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si mette male per hillary

Friday, January 4 2008

by il nostro inviato a Des Moines (Iowa, U.S.A.)

Quelle dell’Iowa, uno stato agricolo di 3 milioni di abitanti nel Mid-west, famoso per avere dato i natali a John Wayne, non sono primarie, ma caucus, vale a dire assemblee, dove ci si ritrova e si vota, spesso per alzata di mano, per i candidati alla presidenza, anzi per delegati ad altre assemblee che poi eleggono delegati alla convenzione nazionale dei partiti che scelgono i candidati alla presidenza. I risultati di questi caucus sono importanti perchè sono il primo test sulla forza dei vari candidati; seguiranno, tra pochi giorni, le primarie del New Hampshire, piccolo stato del New England, sulla costa orientale, e poi, il 5 Febbraio, le primarie in una ventina di stati, dopo di che le posizioni saranno definite e la competizione si stringerà su due, massimo tre candidati in ciascun partito, fino alla convenzione finale che si tiene in estate, in preparazione delle elezioni presidenziali dell’inizio di Novembre.
Per questo, i candidati hanno battuto a tappeto il piccolo stato, spendendo milioni di dollari e stringendo migliaia di mani, seguiti da un orda di più di 2000 giornalisti che per qualche settimana hanno fatto dell’Iowa il centro del mondo.
In campo democratico ha vinto il sen. Barack Obama con il 38% dei voti, seguito dal sen. Edwards con il 30 e da Hillary Clinton con il 29. Brutto risultato per la senatrice, sostenuta da un imponente apparato e aiutata dal marito, l’ex presidente Bill, che fa temere per il futuro della sua campagna: se non vincerà nel New Hampshire, la sua corsa sarà probabilmente compromessa. Ha vinto il linguaggio ispirato e il messaggio di cambiamento del candidato nero dell’Illinois – uno stato vicino all’ Iowa – sostenuto in massa dagli elettori giovani e da quelli indipendenti, mentre la Clinton non ha convinto, battendo soprattutto sulla sua maggiore esperienza.
In campo repubblicano, vittoria dell’outsider Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas (come Clinton), ex predicatore, ultra liberista e antiabortista, simpatico e alla mano, che ha battuto l’uomo dell’establishment repubblicano, il governatore del Massachussets Mitt Romney 34% contro 25, il sen. Fred Thompson, ex attore (“Law and order”, su Fox Crime), e il sen John McCain che hanno preso il 13% ciascuno, mentre l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani non ha fatto campagna nello stato e ha preso solo il 4%.
Tra i democratici hanno votato 239.000 elettori e tra i repubblicani 108.000, nel complesso circa il 17% di tutti gli elettori registrati nello stato, una partecipazione straordinaria per delle assemblee tenute in un giorno feriale, in crescita rispetto al passato, che si spiega anche con l’impegno profuso dai candidati e con l’ attenzione dei media.

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