piketty e houellebecq

Due libri importanti, da tempo in testa alle classifiche dei saggi e dei romanzi,  che hanno poco da spartire. Apparentemente.

Quello di Thomas Piketty (Il capitale nel XXI secolo, Bompiani) è un ponderoso volume di 900 pagine, pieno di tabelle e grafici ma con un po’ di pazienza, non inaccessibile. Tratta della distribuzione della ricchezza negli ultimi due secoli. E  la sua tesi è abbastanza semplice: siamo in presenza di una redistribuzione della ricchezza in favore delle classi alte, in particolare dei molto ricchi. Non nuova nella storia dell’economia moderna, anzi frequente, perché dipende dal semplice fatto che il tasso di rendimento del capitale è normalmente superiore al tasso di crescita dell’economia. Questo, di per sé, provoca una concentrazione della ricchezza che poi si conferma e si accentua per effetto della trasmissione ereditaria: nella società dell’Ottocento e anche della Belle epoque  era molto più conveniente sposare un’ereditiera che impegnarsi per affermarsi nella professione o nell’impresa. I romanzi di Balzac, Henry James, ma anche Proust raccontano magnificamente questa società dei rentier.

La  tendenza è stata contraddetta solo da periodi di sconvolgimento politico ed economico, come le guerre o la grande crisi degli anni Trenta,che hanno distrutto patrimoni, e nei periodi, come quello del secondo dopoguerra, di accelerazione della crescita; quando il tasso di sviluppo è stato superiore a quello di rendimento del capitale.

Dagli anni Ottanta il processo è ripreso, favorito dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale, che da un lato ha potentemente spinto la crescita di paesi prima arretrati, d’altro canto ha favorito la concentrazione della ricchezza. Non siamo ai livelli dei tempi della Belle epoque, ma la tendenza è quella; anche se contrastata da feedback politici propri della democrazia. Bisogna contrastare la tendenza, dice Piketty, mediante una tassa mondiale progressiva sul capitale. Hai detto niente!

 

II libro di Michel Houllebecq (Sottomissione,Bompiani) è invece un romanzo di fantapolitica ambientato in Francia, che narra con grande sapienza e ironia dell’attacco che l’Islam porterà alle società occidentali. Ma, attenzione, un attacco che non usa la violenza e il terrorismo, bensì la penetrazione morbida e progressiva nelle istituzioni formative e culturali di una società estenuata dal consumismo e dall’individualismo.

Eletto imprevedibilmente presidente della repubblica francese sfruttando le divisioni delle forze politiche tradizionali,  un leader della Fratellanza musulmana, abile e moderato, ma determinato nei suoi obiettivi, inizia la sua marcia nelle istituzioni con provvedimenti in apparenza marginali: i professori vengono incentivati a insegnare in università finanziate dai petrodollari, le donne vengono incoraggiate a tornare a casa, riducendo il tasso di disoccupazione e la spesa sociale; per strada si cominciano a vedere ragazze francesi col chador…

Che cosa hanno in comune due libri così diversi? Il fatto che alludono ad una società, quella occidentale, che è diventata contendibile perché ripiegata su se stessa, economicamente in declino, che non crede più nei  valori che l’hanno fondata e resa grande, a cominciare da quello dell’eguaglianza.

E poi vengono entrambi dalla Francia.

 

sette anni con pertini

Chi vuole rinfrescarsi la memoria sulle origini della crisi politica e istituzionale alla quale da trenta anni la classe politica non riesce a dare una risposta decisiva può leggere i diari di Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale negli anni della presidenza di Sandro Pertini: Con Pertini al Qurinale: diari 1978-1985, a cura di Paolo Soddu, Il Mulino.

La prima ragione di interesse è naturalmente la figura di Pertini, che Maccanico tratteggia con affetto ma in modo non agiografico. Pertini era coraggioso ed onesto, in quegli anni drammatici, dalla morte di Moro a quella di  Berlinguer, fu punto di riferimento essenziale per gli italiani, angosciati dagli attacchi del terrorismo e dagli scandali, tra cui quello della P2; fece argine alla marea della sfiducia nelle istituzioni che sarebbe montata negli anni successivi, fino ad oggi. Ma fu anche volubile, testardo, permaloso. Aveva simpatie e antipatie molto nette: voleva bene a Berlinguer, non gli piacevano Craxi e Fanfani, diffidava di Andreotti, con Spadolini aveva un’amicizia punteggiata da litigi: ma tutto questo non gli  impedì di esercitare i suoi poteri senza mai uscire dai binari della Costitituzione, anche per la intelligente devozione del suo segretario generale.

Ma l’aspetto più interessante del libro è che dalla prosa sorvegliata e quasi asettica di del grand commis, emerge, direi al di là delle sue stesse intenzioni, un quadro davvero impressionante di un sistema politico bloccato dalla lotta giornaliera dei partiti e delle correnti, dagli intrecci opachi tra politica, finanza, grande stampa, vertici della pubblica amministrazione e magistratura. Non solo la classe politica dunque, ma un’intera classe dirigente che ballava sul ponte del Titanic: al mattino si ritrovava ai funerali delle vittime del terrorismo e della mafia, nel pomeriggio nelle riunioni politiche per comporre aspirazioni e equilibri, costruire o sventare complotti contro il governo in carica, e la sera nelle allegre serate dei salotti romani.

E’ passato tanto tempo, tanti tentativi di cambiare le cose sono falliti o hanno provocato conseguenze imprevedibili. Maccanico era preoccupato del fatto che i radicali nelle elezioni del 1979 avevano preso il 4%, perché li considerava una forza contro lo Stato e la politica. Che cosa direbbe oggi?

Eppure in parlamento c’è chi, ignaro o noncurante della storia e dei pericoli che corriamo, procede come se niente fosse, ostacolando le riforme necessarie.

25 consigli

 

Fiction

  1. Dennis Lehane, “La legge della notte”, Piemme.  Dall’autore di “Mystic river” una classica gangster story. 🙂
  2. Benjamin Black (John Banville), “La bionda dagli occhi neri”, Guanda. Il grande Banville si diverte a rifare Chandler in un romanzo con protagonista Philip Marlowe. Ma Chandler è un’altra cosa. 🙂
  3. Antonio Moresco, “La lucina”, Mondadori. Un autore fuori dal coro scrive una fiaba enigmatica. 🙂
  4. Walter Siti, “Exit strategy”, Rizzoli. Dopo il flop di “Resistere non serve a niente” (premio Strega dello scorso anno), Siti ritorna al leit motif dell’ossessione omoerotica dei suoi primi bei romanzi. Ma mostra un po’ la corda. 😐
  5. Johnathan Littell, “Trittico. Tre studi su Francis Bacon”, Einaudi. Andrebbe nella saggistica ma Littell scrive romanzi di solito (ricordate “Le benevole”, fantamemorie di guerra di una SS?). Se vi piace Bacon, da leggere. 🙂
  6. Michael Dobbs, “House of cards”, Fazi. Dall’ex chief of staff di Margaret Thatcher un romanzo di intrighi politici. Scritto nel 1987 viene ora trasportato a Washington e sceneggiato per la TV, per l’interpretazione di Kevin Spacey. 🙂
  7. Renato Pasqualetti, “Come il colore degli occhi”, Affinità elettive. Pasqualetti ci ha preso gusto: è al secondo giallo ambientato in provincia di Macerata. Una faccina sorridente per amicizia. 🙂
  8. Jean Philippe Blondel, “6.41”, Einaudi. Due ex si incontrano per caso nel treno della mattina per Parigi dopo ventisette anni. Ma fino all’ultimo non si rivolgono la parola e pensano al passato. 😐
  9. James Salter, “Tutto quello che è la vita”, Guanda. Presentato come un altro Williams (“Stoner”, avete presente?) non regge il confronto: raccontare una vita “nomale” senza cadere nella noia non è facile. 🙁

 

Non fiction

  1. Eric R. Kandel, “L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ad oggi”, Raffaello Cortina. Una storia parallela della ricerca scientifica sulla mente e delle tendenze  artistiche. Interessante, lungo, arbitrario. 🙂
  2. Niall Ferguson, “Il grande declino. Come crollano le istituzioni e muoiono le economie”, Mondadori. Istituzioni e economia, una rapporto tanto fondamentale quanto complesso. L’autore si prova a semplificare. 🙂
  3. Sabino Cassese, “Chi governa il mondo?”, Il Mulino. Difficile libro di diritto internazionale, pubblico e privato. Mostruosa erudizione. 🙂
  4. Gianfranco Pasquino, “Politica e istituzioni”, Egea. Questo invece è un libretto sintetico e chiaro anche per non addetti. 🙂
  5. Giuseppe Recchi, “Nuove energie. Le sfide per lo sviluppo dell’Occidente”. Dal presidente dell’ENI (in scadenza) un libretto sullo shale gas, la nuova fonte energetica che sta cambiando lo scenario del mercato. 😐
  6. ISPI, “L’Europa in seconda fila”, Egea. Il rapporto 2014 dell’Istituto per la politica internazionale a cura di Alessandro Colombo sul tema del rischio di declino, politico ed economico, dell’Europa. 🙂
  7. Massimo D’Alema, “Non solo euro”, Rubbettino. Vi assicuro non ce l’ho con D’Alema ma questo libretto non si capisce perché lo abbia scritto, forse perché si avvicinano le elezioni europee. Generico e scontato. 🙁
  8. Diego Marconi, “Il mestiere di pensare”, Einaudi. Per chi non si occupa abitualmente di filosofia, un’introduzione chiara al dibattito contemporaneo sugli scopi e il metodo della filosofia. 🙂
  9. Carlo Rovelli, “La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose”. Splendida introduzione, tra filosofia e fisica, alla storia recente della fisica atomica e astronomica e ai nessi tra le due. 🙂 🙂
  10. Mauro Magatti, “L’infarto dell’economia mondiale”, Vita e pensiero. Sfoggio di dottrina, tra sociologia, filosofia e economia, ma alla fine il solito sermone di marca cattolica sui guasti del tecnonichilismo che domina il mondo. 🙁
  11. Bruno Amoroso, Nico Perrone, “Capitalismo predatore”, Castelvecchi. Mattei e Olivetti, campioni del capitalismo autonomo italiano, fatti fuori dai cattivi americani. 🙁
  12.  Giuliano Ferrara, Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Questo papa piace troppo. Un’appassionata lettura critica”, Piemme. Ferrara presenta due nostalgici non solo di Ratzinger, ma della Chiesa preconciliare, che si eccitano al profumo dell’incenso. 🙁
  13. Daniela Tafani, “Distinguere uno stato da una banda di ladri. Etica e diritto nel XX secolo”, Il Mulino. Accademico ma chiaro sul dibattito tra positivismo giuridico  e giusnaturalismo, da Croce e Kelsen in avanti. 🙂
  14. Robert Louis Wilken, “I primi mille anni. Storia globale del cristianesimo”. Einaudi. Le origini asiatiche del cristianesimo fino al suo incardinamento europeo con Carlo Magno. 🙂
  15. Edward Corp, “I giacobiti a Urbino. 1717-1718. La corte italiana di Giacomo III Re di Inghilterra”, Il Mulino. Lo sapevate che Giacomo III, pretendente al trono di Inghilterra, ha vissuto con la sua corte per un anno nel Palazzo ducale di Urbino? Interessante, anche se  davvero non appassionante, per i cultori di storia marchigiana. 😐

 

 

dittatura e monarchia

Domenico Fisichella, professore di scienza politica ed ex senatore,  è uno studioso serio. Ed è monarchico, uno dei pochi rimasti. Per cui vale la pena di leggere il suo ”Dittatura e monarchia” (Carocci editore), che di fatto è una storia politica del fascismo, senza l’ampiezza di quella di De Felice ma con l’occhio rivolto soprattutto ai rapporti istituzionali interni al regime.

Fisichella non ama l’individualismo liberale, tantomeno  la disordinata lotta partitica, il suo ideale è lo stato etico, quello di derivazione hegeliana, che contempla l’autonomia della società civile e  la presenza dei corpi intermedi. Ed è un estimatore del corporativismo. Il re costituzionale, tale per diritto dinastico, dà a questo impianto la sua unità, il contrappeso all’inevitabile parzialità della società civile e della rappresentanza parlamentare organizzata in partiti.

Questa premessa aiuta a capire la caratteristica e il limite del suo pur interessante studio: è una arringa difensiva a favore di Mussolini e soprattutto della monarchia. Non nega ovviamente errori e crimini, ma tende a spiegare, giustificare, ridimensionare. Il suo obiettivo è contrastare la parzialità “ideologica” della storiografia di marca antifascista, ma finisce per ricadere nell’errore che attribuisce ad essa.

E dunque

–         la violenza fascista fu la risposta a quella rossa;

–         la marcia su Roma fu episodio insignificante e l’incarico a Mussolini da parte del re di formare il governo legittimo sul piano istituzionale e sostenuto, o non avversato, da gran parte del mondo politico e dell’opinione pubblica, stanchi dell’ instabilità e fiduciosi di “costituzionalizzare” il fascismo;

–         nei primi anni non ci furono forzature costituzionali fino alla decadenza dei parlamentari aventiniani, per la quale l’opposizione deve rimproverare se stessa;

–         il fascismo non fu mai totalitario ma autoritario e la sua storia finisce il 25 luglio e non a piazzale Loreto;

–         le leggi elettorali dei primi anni non furono peggio di alcune attuali;

–         il giuramento obbligatorio dei professori e la tessera obbligatoria per gli impiegati pubblici furono misure blande che non impedirono ai primi di professare le loro idee e ai burocrati di essere scelti in base al merito;

–         nel Senato di nomina regia continuarono a lavorare eminenti liberali;

–         le guerre (Etiopia, Albania, Spagna) furono l’estensione di una tradizionale politica mediterranea dell’Italia e in Spagna si intervenne per riequilibrare l’aiuto francese e sovietico al governo repubblicano;

–         l’entrata in guerra nel 1940 fu in quel momento inevitabile e comunque il re era contrario. Il 25 luglio fu in linea con l’ordinamento costituzionale del tempo, la fuga del re necessaria per garantire la sopravvivenza dello stato;

–         Le leggi razziali furono una concessione all’alleato tedesco, ma il fascismo non era intimamente razzista;

–         le condanne del tribunale speciale furono limitate a poche migliaia di persone e Mussolini non ebbe responsabilità nel delitto Matteotti.

 

Da questo elenco il lettore può ricavare da sé quante cose Fisichella dimentica o sottovaluta. Il suo revisionismo lo fa anche incappare in un errore marchiano quando paragona la crescita del Pil pro capite durante il fascismo con quella precedente, dimenticando di misurarla in termini percentuali.

Per quanto una certa mitologia antifascista meriti di essere sottoposta ad analisi critica, Fisichella non lo fa in modo obiettivo. Lo si capisce da come dipinge la società del tempo, con gli occhi umidi di nostalgia ma credendo di restituire una fotografia fedele:

“la presenza della civiltà contadina è ancora importante, la borghesia tiene al decoro e al suo ruolo economico e intellettuale, il ceto medio ha la sua compostezza,  la famiglia conta, la religiosità teologica è diffusa,i costumi esprimono un’adeguata vigilanza attraverso quello che allora si definiva ‘l’occhio sociale’ sui comportamenti individuali, le libere professioni sono rispettate e insieme rispettose della loro etica, le acquisizioni della modernità – dalla radio al cinema – incuriosiscono, attraggono, sono accolte positivamente e si diffondono, ma non disarticolano e atomizzano il tessuto sociale, l’arte sa muoversi tra tradizione e avanguardia, ma con costante ricerca del punto di equilibrio in una varietà di apporti e di polifonie che ben difficilmente diventano cacofonia, la disciplina è una categoria dello spirito temprata sia dalla volontà che dalla necessità connesse all’esistenza, vale nel campo della ricerca scientifica, della scuola, della maturazione tecnologica, ed è stata recuperata nei luoghi di lavoro” (p.180).

il capitale umano

Virzì non è Woody Allen ma è un bravo regista e “Il capitale umano”, di cui si parla molto in questi giorni, è un buon film. Riadattato da un romanzo americano di alcuni anni fa e ambientato in Brianza, narra le vicende intrecciate di diversi personaggi coinvolti da un fatto casuale, un incidente di auto, e dalla relativa inchiesta.

C’è l’affarista freddo e spietato, la moglie insoddisfatta e confusa, il figlio viziato e fragile, la ragazza del figlio, sincera e passionale, il ragazzo di cui lei si innamora, geniale quanto sfortunato, il padre di lei, pateticamente alla ricerca dell’occasione che lo faccia ricco, la compagna di lui, psicologa che non capisce niente di chi le sta intorno. Uno spaccato, l’ennesimo, della nostra società nei tempi della crisi. Con l’enfasi sull’avidità, che ha fatto incavolare i difensori della Brianza, quasi che solo questa regione la ospiti.

Gli attori sono bravi, anche se Bentivoglio è sopra le righe e Valeria Bruni Tedeschi recita sempre lo stesso personaggio.

Il limite è quello della nuova commedia all’italiana, la sua filosofia, che si potrebbe sintetizzare in poche parole: i poveri sono meglio dei ricchi, i giovani sono meglio degli adulti, e le donne sono meglio degli uomini.

Forse è anche vero, ma è anche molto scontato, già visto mille volte, buonista e politicamente corretto.

travaglio contro napolitano

Marco Travaglio, “Viva il re”, Chiarelettere.

                🙁

Considero Marco Travaglio un pessimo giornalista. Sempre documentato, mai obiettivo, la sua caratteristica è la tendenziosità: le notizie e le citazioni vengono cucite in modo che alludano a qualcosa che lui non è in grado di provare, ma che appaia ragionevole sostenere. I dati contrari, le notizie contrastanti con le tesi vengono taciuti e accantonati.

L’ultimo esempio è il libro su Napolitano, o meglio contro Napolitano. La tesi che Travaglio sostiene è che il Presidente della Repubblica abbia travalicato i suoi poteri per favorire Berlusconi.
L’altro aspetto che fa di Travaglio un pessimo giornalista è che non rispetta mai la linea di confine – la scavalca disinvoltamente avanti e indietro – tra l’opinione politica e l’accusa di violazione della legge, in specie la Costituzione. In altre parole, una cosa è non condividere e criticare gli atti di Napolitano, altra sostenere che viola la Costituzione, il che giustificherebbe la richiesta dell’impeachment da parte di Grillo.

Esempio: Napolitano dà a Bersani un preincarico per valutare l’esistenza di una maggioranza parlamentare, e non un incarico pieno. Rientra nei poteri presidenziali, come la storia insegna. Solo un costituzionalista, la prof. Carlassare, trova la cosa “strana”. Ma per Travaglio solo la sua, peraltro prudente, opinione merita di essere citata.

L’obiettivo di Napolitano, per Travaglio, era di impedire il “governo di cambiamento” voluto da Bersani e spingere verso le larghe intese. E’ tra quelli che pensano che un governo col Movimento 5 stelle o appoggiato dai grillini fosse a portata di mano, che il M5S avrebbe votato per Prodi presidente della Repubblica se solo glielo avessero chiesto. Ci manca solo che accusi Napolitano di avere organizzato lui i 101 che impallinarono Prodi per essere rieletto con la complicità di Berlusconi; che avrebbe avuto in cambio il governo delle larghe intese e un salvacondotto.

Per sostenere questo, deve accuratamente selezionare le dichiarazioni e andare a trovare l’unica che i capigruppo M5S fecero, che se il PD avesse votato Rodotà, “si sarebbero aperte praterie per il Governo”. Tutto il resto – minacce, insulti, proclami di totale estraneità rispetto ai partiti, richiesta di elezioni immediate, fino all’umiliazione di Bersani in diretta streaming – viene tralasciato.

Che Napolitano non credesse ad un governo coi grillini è più che plausibile, che l’abbia osteggiato per favorire Berlusconi è smentito dalle recriminazioni del Cavaliere a proposito della grazia, che abbia violato la Costituzione non lo sostiene nemmeno la Carlassare, che abbia fatto tutto per farsi rieleggere lo può sostenere solo uno che pretende di leggere nel pensiero, perché non c’è un solo atto, e infatti Travaglio non è in grado di citarne, che lo confermi.

 

Kosinski e Williams

Ho letto due libri, “Passi” di Jerzy Kosinski e “Stoner” di John Williams, di autori americani solo apparentemente opposti. Kosinsky (1933-1991) poliedrico testimone del suo tempo, incide la superficie delle cose e penetra brutalmente, come un anatomo-patologo. Scava nelle emozioni più crude, nelle azioni più desolanti: per non trovare nulla di più che sangue ed infelicità.Ogni vita esaminata ne esce a pezzi: donne e uomini consapevoli solo della brutalità della vita “vana più che crudele”.Ogni gesto, ogni pensiero intriso di morte ravvicinata: una danza macabra che condurrà fatalmente Kosinski al suicidio.

Diverso approccio per Williams (1922-1994), scrittore schivo che racconta la parabola di Stoner, professore universitario, dalla nascita alla morte. Ogni fase della vita di Stoner racchiude in sè i germi del fallimento. Stoner è inane, non appena si profila un evento che potrebbe cambiare e migliorare la sua esistenza, si astiene da ogni moto a lui favorevole. Una totale rassegnazione e sfiducia nella capacità di controllare la propria vita.

Eppure Williams racconta e sfiora la superficie per restituirci le verità più intime: l’amore vero in età matura, dopo anni di incapacità ad amare, la passione per il proprio lavoro che prevale sugli affetti familiari, infine il distacco dalla vita fisica. La paura di dare se stesso impedisce al protagonista di vivere appieno. La consapevolezza lo coglie a fine vita, il senso di quel “camminavano leggeri sull’erba, quasi senza toccarla, senza lasciare tracce del loro passaggio” mette a fuoco il vero fallimento: rinunciare a provarci.”
(Gabriella Nicolini)
 

11 libri brutti

Da non leggere (con l’asterisco libri di autori che di solito meritano di essere letti ma stavolta toppano).

Maurizio De Giovanni, “Il metodo del coccodrillo”, Mondadori.

Roddy Doyle, “Due pinte di birra”, Guanda *.

James Ellroy, “Ricatto”, Einaudi *.

Massimo Gramellini, “Fai bei sogni”, Longanesi.

Scott Hutchins, “Teoria imperfetta dell’amore”, Einaudi.

Hanief Kureishi, “L’ultima parola”, Bompiani *.

James Lloyd Carter, “Un mese in campagna”, Fazi.

Fernan Ozpetek, “Rosso Istanbul”, Mondadori.

Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, Einaudi *.

Juan Josè Sauer, “Cicatrici”, La nuova frontiera.

Walter Siti, “Resistere non serve a niente”, Rizzoli *.

 

Da leggere (in ordine alfabetico)

John Banville, “Un’educazione amorosa”, Guanda.

Jonathan Coe, “Expo ‘58”, Feltrinelli.

Gianfranco Calligarich, “Principessa”, Bompiani.

Christopher Isherwood, “Addio a Berlino”, Adelphi.

Florian Illies, “1913”, Marsilio.

Antonio Pascale, “Le attenuanti sentimentali”, Einaudi.

 

 

 

lou reed

lou reed
E’ morto Lou Reed.
Qui di seguito una (libera) traduzione della sua canzone più famosa

Holly arrivò da Miami, Florida
In autostop attraverso gli Stati Uniti
Durante il viaggio si depilò le sopracciglia
Passò il rasoio sulle gambe e divenne una lei
Lei dice, hey babe, fatti un giro nel Wild Side
Mi disse, hey amore fatti un giro nel Wild Side

Candy arrivò dall’isola
Nella stanza sul retro era carina con tutti
Ma non perdeva mai la testa
Neanche quando la chinava per succhiare
Lei dice hey babe, fatti un giro nel Wild Side
Mi disse hey babe, fatti un giro nel Wild Side
E le ragazze di colore vanno
Du du du du du du du du

Little Joe, mai una volta che lo desse gratis
Bisognava sempre pagare

Sempre in giro a fare casino
New York City è il posto dove dicevano
Hey babe fatti un giro nel Wild Side
Io dissi, hey Joe fatti un giro nel Wild Side

Sugar Plum Fairy arrivò e batteva le strade
Cercando cibo per l’anima e un posto dove mangiare
Andò all’Apollo
Dovevate vedere come ci dava dentro
Loro dissero, hey Sugar fatti un giro nel Wild Side
Io dissi, hey Sugar fatti un giro nel Wild Side
Tutto bene, uh

Jackie è fuori di testa
Per un giorno ha pensato di essere James Dean
Lo sapevo che si sarebbe schiantata
Con l’aiuto del valium
Disse, hey babe fatti un giro nel Wild Side
Le dissi, hey amore fatti un giro nel Wild Side
E le ragazze di colore cantano
Du du du du du du du du

comunisti e riformisti

Emanuele Macaluso, “Comunisti e riformisti”, Feltrinelli.
togliatti
Emanuele Macaluso torna su Togliatti nel suo ultimo libro “Comunisti e riformisti” (Feltrinelli), aperto da una bellissima copertina in cui si vede il leader storico del PCI intento a giocare a scacchi.
Il primo intento dell’autore è di rivalutare Togliatti come padre della patria, ingiustamente dimenticato insieme a Nenni e a differenza di De Gasperi, quasi che la Costituzione sia stata opera solo della DC, e non il frutto di un compromesso alto tra diversi orientamenti, tra cui fondamentale quello social-comunista. E Togliatti poté svolgere questo ruolo perché intimamente convinto della scelta, fatta al momento del ritorno in Italia nel 1944, della “via democratica al socialismo”, che implicava la piena adesione ai valori che saranno poi riflessi nella Costituzione. A differenza della “sinistra” del PCI (Secchia e buona parte del gruppo dirigente uscito dalla clandestinità e dalla Resistenza) che considerava la via democratica una scelta tattica imposta dalle circostanze e dagli equilibri geopolitici mondiali.
A questa scelta, pur tra errori e contraddizioni, Togliatti rimase fedele. Un altro punto a suo merito, sostiene Macaluso, è la convinzione che l’unità di socialisti e comunisti fosse fondamentale; al punto che la divisione tra i due partiti, uno al governo e uno all’opposizione ai tempi del centro-sinistra, non veniva vista da lui come un pericolo, purché i legami unitari fossero mantenuti.
La “doppiezza” di Togliatti, molto discussa e criticata dagli storici, consisteva invece nel fatto che alla scelta democratica si giustapponeva, in modo contraddittorio ma salutare per l’unità del PCI, il legame forte con il PCUS; al quale Togliatti non pensò mai di rinunciare, tuttalpiù di articolarlo secondo la sua teoria del policentrismo del movimento operaio e delle vie nazionali al socialismo.
Per Macaluso, Berlinguer si mosse coerentemente nel solco tracciato da Togliatti, in una fase in cui il “sinistrismo” da combattere non era più quello di Secchia, ma quello di Ingrao e del gruppo che fondò poi Il Manifesto; che con il primo aveva in comune l’insofferenza per una via al socialismo gradualista e parlamentare, auspicando invece rotture rivoluzionarie e la formazione di contropoteri sociali.
Berlinguer innovò rispetto a Togliatti su due punti: accettò la NATO e L’Europa – anche se la sua ultima battaglia contro gli euromissili si mosse su una linea neutralista, ndr.- e proclamò a Mosca nel 1976 il “valore universale della democrazia”, implicitamente denunciando i limiti di fondo del socialismo reale e facendo passare la via democratica da eccezione o particolarità nazionale a regola.
L’ultimo Berlinguer, scrive Macaluso, non deviò dalla linea togliattiana, anche se i suoi errori e le interpretazioni unilaterali della questione morale da lui posta diedero origine a quel giustizialismo di sinistra che ha preso il posto del sinistrismo di una volta, e alla sottovalutazione della centralità della questione sociale.
Questa, per sommi capi, la ricostruzione storica di Macaluso, ravvivata da ricordi personali, che condivido in gran parte. Ma che ha a mio parere un limite sorprendente: come non vedere che la continuità da Togliatti a Berlinguer era dovuta ad un’affinità di fondo che rendeva parziali e ambigui la lotta al sinistrismo, il distacco dal PCUS e l’ aspirazione unitaria con il PSI, se non quello di Nenni, sicuramente quello di Craxi?
L’affinità è dovuta alla condivisione dell’ideologia marxista, forte e rigida in entrambi. Togliatti pensò sempre che, malgrado i limiti e i crimini, la società sovietica fosse pur sempre superiore a quella occidentale, perché la rivoluzione aveva rimosso la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè superato il capitalismo. E Berlinguer, anche quando staccò il PCI dal PCUS e sposò l’Europa, continuò a pensare che compito del PCI fosse il superamento del capitalismo. Fu proprio questa la ragione profonda della rottura con il PSI, da quando Craxi depose Marx dal trono e lo mise nel Pantheon dei molti pensatori e politici ispiratori di un movimento socialista che aveva ormai trovato la sua strada nell’alveo delle socialdemocrazie.
Rottura che portò Berlinguer ad ammonire il leader del PSI che si stava ponendo “fuori dal movimento operaio”, a dimostrazione del fatto che per lui chi non era marxista, rivoluzionario e per il superamento del capitalismo, poteva solo essere un alleato di complemento, se non un traditore.
Sta qui l’origine della doppiezza di Togliatti, non risolta, anzi riproposta da Berlinguer. E anche il limite di una battaglia riformista nel PCI che solo negli ultimi tempi seppe porre la questione con la nettezza e il coraggio che meritava.