quello che obama potrebbe dire

by Adriano Sofri
obama
Io pregherò che le cose vadano così. Il Congresso autorizza Obama. Obama convoca una conferenza stampa e dice: “Buongiorno. Dopo due anni e mezzo di efferatezze, di cui si sono macchiate variamente tutte le parti, ma questo non le mette sullo stesso piano, perché uno Stato monarchico che bombarda i propri sudditi non è la stessa cosa di qualunque infame banda privata gli si drizzi contro, leggi il seguito

chi ha rubato il futuro?

by Giovanni Mantovani
ritorno al futuro
Obama perde le elezioni, benché sia evidente a tutti che le colpe della situazione da cui è nata la sconfitta non sono sue, o non lo sono in misura prevalente. Come si usa nelle democrazie anglosassoni ha detto: “è colpa mia” e ha invitato i suoi avversari a lavorare insieme.
Da noi, a giudicare dalle intenzioni di voto settimanalmente rilevate, l’anziano erotomane alla guida del governo se si andasse a votare probabilmente resterebbe dov’è. Nonostante gli scandali, nonostante l’inerzia del Governo, nonostante il tardivo risveglio dell’opinione moderata, e in qualche caso pure di quella tradizionalmente a lui più vicina, nonostante la defezione di una parte non trascurabile della sua maggioranza. leggi il seguito

le parole di obama

by Philip Collins
obama
L’aspetto meno compreso della retorica è che si dice molto di più di quanto non dicano le parole.
La retorica di Obama di rado è fiorita e i suoi passaggi meno riusciti sono quelli in cui la prosa si infiamma.
Al suo meglio, invece, Obama combina una forma poetica di espressione con una compressione del significato: di rado, deraglia dal linguaggio ordinario. I suoi discorsi volano alto, ma il volo dipende dal ritmo delle frasi più che dal livello elevato del linguaggio. leggi il seguito

questa è buona

by Amicus Plato
girodano
Perchè Franco Giordano non sia più segretario di Rifondazione comunista e abbia perso il congresso contro Ferrero, lo si può capire leggendo il suo articolo su “Liberazione” di oggi.
Giordano argomenta a favore delle tesi del suo maestro Bertinotti, secondo cui non è pensabile oggi porsi l’obiettivo di un nuovo centrosinistra col PD, e fa un ardito parallelo con gli USA. Sentite qua: leggi il seguito

il sogno americano

by il nostro corrispondente da New York
obama
Tutti i media sono concentrati sulle elezioni americane di domani. Può essere interessante chiedersi quali insegnamenti ne possiamo ricavare noi italiani.
Molti sostengono che i metodi che usano gli americani per selezionare dapprima i loro candidati e poi scegliere tra di loro sono propri della cultura e della storia di quel paese e non sono esportabili: una polemica che riguarda in particolare le primarie. Ma questo non è storicamente vero: leggi il seguito

Hillary, ritirati!

dal nostro corrispondente da Washington

clinton

Obama ha vinto largamente le primarie nel North Carolina, mentre Hilary Clinton ha vinto di stretta misura quelle dell’Indiana. Obama ha incrementato, sia pure di poco, il suo vantaggio in termini di delegati alla convention del Partito democratico USA che si terrà a Denver in Agosto, ma ormai è quasi matematico che nessuno dei due candidati arriverà alla convention avendo la maggioranza assoluta dei delegati.
Ciò dipende dal fatto che, oltre che i delegati eletti nelle primarie, votano alla convention quasi 800 superdelegati (parlamentari, dirigenti di partito, ecc. ecc), che a questo punto saranno decisivi. Ma una situazione nella quale i candidati di diritto rovesciano il verdetto di quelli eletti nelle primarie causerebbe una grave divisione nel partito, che già l’estenuante competizione tra i due senatori sta tagliando in modo netto: i neri in grande maggioranza con Obama, i bianchi in maggioranza per Hillary, la maggioranza degli uomini per Obama e delle donne per Hillary; giovani, indipendenti, middle class per Obama, anziani, militanti e operai per Clinton.
E aumentano i sostenitori dell’uno o dell’altro che dichiarano che se verrà scelto l’antagonista non andranno a votare nelle elezioni presidenziali di Novembre o addirittura voteranno per il candidato repubblicano McCain.
Non si vede una via d’uscita, a mano che Hillary non si ritiri, ma lei non molla; si fa forte di sondaggi che la danno come più competitiva nei confronti di McCain ed anzi rivendica che nei conteggi dei delegati si tenga conto del voto di due stati, le cui elezioni sono state invalidate dagli organi del partito, il che ridurrebbe ancora i margini per Obama.
Il quale, per parte sua, con queste primarie, ha superato uno scoglio insidioso, perchè nelle ultime settimane è stato messo sotto accusa dai media per i suoi legami passati con il rev. Wright, predicatore estremista.

tra i due litiganti

by il nostro corrispondente da New York

Malgrado la vittoria in Pennsylvania, Hillary Clinton è indietro rispetto a Barack Obama nelle primarie per la candidatura democratica a presidente USA per numero di delegati, oltre che per voti complessivi e per numero di stati. E’ ormai estremamente improbabile che possa rovesciare la situazione nelle ultime primarie, ma non demorde: il fatto è che oltre ai delegati conquistati nelle primarie, nella convenzione finale (a Denver nel prossimo agosto) votano anche i cosiddetti superdelegati, vale a dire i delegati di diritto (parlamentari, dirigenti di partito, ecc.), che, essendo circa 800, potrebbero teoricamente cambiare l’esito; anche se, per la mentalità politica americana sarebbe davvero straordinario e difficile da sopportare che il verdetto dei delegati eletti in 50 primarie fosse rovesciato da quello dei delegati di diritto.
Dunque, l’ostinazione di Hillary, sostengono molti commentatori, ha solo l’effetto di prolungare la contesa, incattivirla attraverso le critiche reciproche tra i due e favorire il candidato repubblicano
John McCain, che in effetti ora è passato in testa ai sondaggi, con 3 punti su Obama e 1 su Clinton.
Se dovessimo trarre una lezione dalle primarie americane dovremmo riconoscere sul lato positivo che sono una contesa effettivamente aperta e selettiva, con i candidati che sono costretti a girare per tutti gli stati, misurandosi con i diversi problemi e confrontandosi, oltre che sulla affabilità e l’immagine televisiva, su programmi che sono per quasi un anno scrutinati non solo da elettori e media, ma da eserciti di specialisti.
Sul lato negativo, che sono troppo lunghe (10 mesi), defatiganti e costose.
Incontrando un ragazzino di 10 anni appena eletto capoclasse, Obama gli ha chiesto
– quanti dibattiti hai dovuto fare per essere eletto?
– neanche uno;
– beato te!

per conoscere obama…e veltroni

by A.L.

Se volete in due ore di interessante lettura farvi un’idea del Partito democratico USA, impegnato nelle primarie per la scelta del candidato alla presidenza e a strappare ai repubblicani la Casa Bianca, leggete il libro di Maurizio Molinari, corrispondente de “La Stampa” dagli USA, “Cowboy democratici”, editore Einaudi.
Ci sono i liberal classici, come la nuova presidente della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, e il vecchio senatore Ted Kennedy, i “cowboy democratici”, parlamentari del Mid West che hanno strappato seggi ai repubblicani, facendo loro concorrenza sui temi della sicurezza e della lotta al terrorismo, nuovi think thank, che hanno rinnovato la piattaforma democratica sia sui temi economici sia su quelli di politica internazionale, c’è Bill Clinton, con la sua rete di relazioni e Al Gore, premio Nobel per le sue battaglie sul cambiamento climatico.
Un grande contenitore pluralistico, che sarebbe contraddittorio se non trovasse di volta in volta l’unità intorno al candidato di turno e al suo programma. La novità più interessante che Molinari analizza è l’emergere della nuova “sinistra religiosa”, che contende ai repubblicani quel monopolio dell’uso della fede in politica che li ha avvantaggiati nell’epoca di Bush: organizzazioni che mettono al centro della loro iniziativa temi come la lotta alla povertà o i comportamenti eticamente responsabili nella vita comunitaria e nel business, le relazioni pacifiche sul piano internazionale, la sensibilità al tema dell’immigrazione, smontando la pretesa della destra religiosa di considerare come eticamente sensibili solo i temi del matrimonio gay o dell’aborto.
E’ da questo crogiuolo che emerge la figura di Barack Obama: centrista secondo le tradizionali classificazioni politiche, oratore ispirato che dichiara apertamente di derivare dalla fede molte sue posizioni, ma al tempo stesso propugna la netta separazione tra Chiesa e Stato, la sua carta vincente è la capacità di conciliazione: bianchi e neri, persone motivate dalla fede e indifferenti, ricchi e poveri, il suo messaggio può apparire banalmente ecumenico ed elettoralmente strumentale, in realtà fa presa su una società sempre più plurale, che teme le lacerazioni, vuole essere unita e rimprovera a Bush di avere diviso il paese.
Uno sguardo al Partito democratico USA è utile anche per capire Veltroni e la sua strategia, il suo messaggio alla nazione e il suo approccio al tema del rapporto tra fede e politica; e anche il modello di partito che ha in mente.

la rimonta di hillary

by il nostro inviato a Concord (New Hampshire, USA)

I sondaggi la davano battuta e quasi fuori dalla competizione, troppo secchiona rispetto all’ispirato Barack Obama. E invece Hillary Clinton ha sovvertito i pronostici e ha vinto nelle primarie del New Hampshire, secondo test, ma più importante del primo, dopo i caucus dell’Iowa.
Ha preso il 39 % dei voti contro il 36 di Obama e il 17 di Edwards. Decisivo il voto delle donne che hanno votato 47 a 34 per Hillary, quello degli anziani e quello dei democratici registrati, mentre giovani e indipendenti hanno preferito il senatore nero dell’Illinois.
Ora la competizione è di nuovo aperta: in un certo senso, la sconfitta in Iowa ha giovato alla Clinton, perchè l’ha costretta a stringere i denti e a mostrarsi più “umana” e meno artefatta.
In campo repubblicano, ha vinto il veterano di guerra senatore dell’Arizona John Mc Cain, che ha battuto Mitt Romney, governatore del vicino stato del Massachussets e l’outsider Mike Huckabee, l’ex predicatore che aveva vinto in Iowa: 37 Mc Cain, 31 Romney, 11 Huckabee, 9 l’ex sindaco di New York Giuliani, che si è riservato per le prossime primarie in Florida.
Record di patecipazione al voto: più di 500.000 elettori, più 20% rispetto al record del 2000; per uno stato di 1.800.000 abitanti si tratta di un risultato straordinario, che Obama, nel suo discorso di complimenti a Hillary, ha sottolineato come il segnale di una volontà di cambiamento.
Il bello delle primarie americane è che sono una competizione vera, di rado scontate. Non ci sono capicorrente che pilotano il voto e la stessa influenza del denaro è forte, ma meno decisiva di quanto si pensi, perchè se è vero che si vince con i soldi è anche vero che i soldi vanno verso chi si dimostra capace di vincere, al punto che l’afflusso di denaro ai candidati è considerato dagli analisti attendibile quanto un sondaggio sulle probabilità di vittoria dei candidati. Inoltre, è importante il fatto che le primarie si svolgono in più tornate, forse troppe, ma comunque non una sola: i candidati devono percorrere l’intero paese, misurarsi con i diversi problemi; le primarie nei vari stati impongono loro di aggiornare continuamente il programma, reagendo ai risultati, alle mosse degli avversari, alle critiche dei media e degli analisti.
Alla fine, c’è una discussione reale – non senza i suoi aspetti deteriori del gossip e degli attacchi personali – su personalità e programmi e un severo processo di selezione dei candidati.